Harold Fish parte 2

Le traversie di Harold non sono finite, ma il suo futuro volge al meglio!
Come raccontato nella precedente puntata, scoperto solo soletto nel grosso acquario di un appartamento sfitto, ha subito toccato i cuori della mia amica e di sua figlia, che hanno deciso di garantirgli lunga vita e prosperità.
Ha resistito alla solitudine, al gran caldo, al motorino dell’ossigeno non funzionante… e adesso è forte e vive e lotta insieme a noi!
L’appartamento ha bisogno di una messa a punto, quindi nel frattempo, visto il mese di agosto durante il quale occuparsene in prima persona diventa difficile, è scattata l’operazione “Hotel”!
Trenta giorni di pensione pagata con vitto incluso in un grande negozio di pesci, con un acquario tutto suo: acqua tiepida e ossigeno in abbondanza.
Alla fine di agosto doveva riprenderlo la ragazza neoaffittuaria, ma si è offerto di adottarlo un suo amico, già munito di acquario e con due figli che adoreranno avere un nuovo inquilino.
Dopo l’ambientamento proveranno a trovargli un compagno di giochi, sperando che si accettino a vicenda… non è detto che scatti la simpatia, chissà come funziona la psicologia dei pesci.

Cibo per pesci

Cibo per pesci

Harold Fish

Una storia senza nomi, tranne uno: Harold, il pesce rosso. La mia amica mi ha mandato la sua foto e mi ha raccontato una storia, che merita di lasciar traccia.

“Mia figlia stava cercando un appartamento dove andare a vivere, mi aveva chiamata per
vedere una casa che non la convinceva del tutto, saputo poi che il proprietario era contro i cani, io ho chiesto al responsabile dell’agenzia se non fosse sicuro di non avere qualcos’altro. Quello ha fatto mente locale e… ‘effettivamente ci sarebbe un appartamento…”.
Ci eravamo appena entrati e subito ci sembrava la scelta perfetta, ma in un angolo, fra i mobili lasciati dal vecchio affittuario, c’era Harold: un pescetto solo soletto in un grande acquario.
Quella facciotta mi ha ricordato subito il personaggio Harold Finch di Person Of Interest, così da lì a decidere di adottarlo è stato un attimo.

Harold Fish

In definitiva, bella casa e un amico a cui portare soccorso: la mia rabdomanzia immobiliare aveva colpito ancora.
Un inciso: ho sempre avuto un rapporto problematico coi pesci rossi, perchè da ragazzina rimasi traumatizzata da quello vinto al luna park; portato a casa e messo nella classica boccia di vetro, spirò dopo pochi giorni per carenza d’ossigeno… ai tempi gli acquari domestici non erano molto diffusi.
Il rossiccio Harold respirava e sopravviveva solo grazie al coperchio aperto, ma il motorino per l’ossigeno era spento perchè la luce non era allacciata, inoltre mangiava poco e non regolarmente, solo quando il tizio dell’agenzia immobiliare ci andava per mostrare i locali agli interessati.
I vecchi proprietari non avevano intenzione di portarselo via, ma nemmeno io potevo far nulla fino alla stesura del contratto e al riallaccio della luce, così… dopo aver deciso che l’appartamento faceva al caso nostro, non restava che dire ad Harold di tener duro.
La prossima settimana l’ossigeno arriverà e la sua nuova mamma, mia figlia, se ne prenderà cura, con tanto amore e tanta inesperienza, perchè… sentirle dire nel suo entusiasmo giovanile “liberiamolo nella laguna di Venezia” è stato atroce. Lì forse non sopravvivrebbe un giorno.”

Siamo tutti individui – La storia di Nicola

Leggevo su Facebook un post condiviso dalla mia amica Francesca Lupo sulle uccisioni in Siria e su quello che dovremmo chiedere a noi stessi.

Da LEFT sulla Siria

La prima domanda che invece io mi faccio è: se fossi nato in Siria o in Venezuela anziché in Italia? La mia vita sarebbe un inferno, o sarei già morto. Ho dei meriti per essere invece tarantino prima e ora milanese? Solo un caso. Come non capire chi fugge verso una vita migliore? Siamo tutti individui sulla faccia della Terra, bisogna industriarsi per evolvere, a cominciare dalla sopravvivenza di tutti, dalle guerre o dalla fame che sia. E sistemare il mondo, pezzo dopo pezzo, in tutti i continenti. Non chiudersi nel proprio staterello e dire CHI SE NE FOTTE del resto.

Io da qualche mese ho conosciuto una persona eccezionale, si chiama Nicola ed è di origine albanese/rumena, due spauracchi per tanta gente. Ce ne fossero invece di più italiani come lui… industrioso, creativo, onesto, generoso… è cresciuto in una zona rurale e ha imparato a fare di tutto in una famiglia poverissima… a un certo punto era impossibile sopravvivere oltre ed ha provato a cercare lavoro in Italia. Non è arrivato con un barcone ma non aveva nulla con se, solo volontà di crearsi una prospettiva di vita. Qui, nonostante il suo carattere taciturno che non piace a tanti, si è sposato, ha un lavoro sicuro, non remuneratissimo ma che lo fa vivere, 1000 euro al mese, avrebbe il talento per ottenere di più con le sue doti ma non è facile riuscirci neppure a Milano. Insomma tutto questo per dire che lui è Uno. Un essere umano. Come me. È albanese/rumeno, ma non rappresenta nessuno, tantomeno gli albanesi o i rumeni in blocco, esattamente come io non posso essere preso a rappresentare “gli italiani”.

E di storie così ne potrei raccontare tante… dai macellai turchi che ho sotto casa e sono persone straordinarie, a un ragazzo cinese di 35 anni che gestisce un negozio emporio da 10 anni facendo il commerciante come un italiano, nella cura del cliente e del suo negozio.

È l’umanità, così bella.

Poi, ci sono i bastardi, come il dittatore siriano Assad… i terroristi… i criminali… esattamente come ovunque. Noi possiamo vantarne una sfilza infinita, da Sindona a Matteo Messina Denaro.

La vittoria di Trump e il pensiero confuso

Quando a distanza di pochi minuti leggi che Francesco Rutelli (cariatide politica ma sempre rappresentativo dell’anima centrista dell’attuale PD) e Stenio Solinas (editorialista di destra del magazine Barbadillo) la pensano allo stesso modo sulla vittoria di Trump alle presidenziali USA e sull’analisi delle ragioni che hanno spinto Clint Eastwood a preferirlo ad Hillary Clinton, ti accorgi che le idee e le interpretazioni della realtà sono estremamente confuse.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/rutelli-se-commentatori-giornalisti-non-hanno-capito-tubo-135700.htm

Per capirne di più, bastava il bellissimo film di Clint Eastwood, Gran Torino. Consiglio di vederlo, certo non solo perché il suo autore è l’unica star di Hollywood che ha votato Trump.

http://www.barbadillo.it/60930-il-caso-clint-eastwood-icona-dellaltra-america-politicamente-scorretta-e-sedotta-da-trump/

L’una e l’altra sono ormai irriconoscibili agli occhi di chi ha un universo morale semplice e essenziale: il rispetto della parola data, il lavoro ben fatto, l’amore per il proprio Paese, la difesa della dignità propria e altrui. Walt si farà ammazzare per salvare un ragazzo hmong, la cui anima orientale è più vicina, per tradizione, gerarchia, regole, al suo modo di sentirsi americano, di quanto non sia il Paese che intanto gli è cresciuto intorno e il cui simbolo è ormai la «Pussy Generation», la generazione fighetta. Quella per la quale i vecchi sono un peso, l’identità sessuale un optional, l’etica del lavoro una barzelletta.

Peccato che sia evidente dalle sue dichiarazioni, simultaneamente di distanza dalle cialtronerie di Trump che dal linguaggio imbalsamato da vecchia politica della Clinton, che lui appartiene a quella fascia d’opinione che ha giudicato necessario troncare quel legame insoddisfacente con una candidata letta come grumo d’immobilismo, stagnazione, indecisionismo, formalismo… a costo di beccarsi un imbecille come presidente per un quadriennio. E’ un pensiero molto diffuso, l’ho constatato con grande sofferenza culturale ed emotiva, perfino un mio caro amico si è espresso in questi termini, augurandosi la vittoria di Trump al fine di accelerare il crollo del vecchio sistema. E Clint Eastwood, non appartenendo certamente alla schiera di bifolchi che l’ha votato perchè infastidito dai messicani o eccitato dalle sue dichiarazioni da caserma, ha seguito la stessa linea di pensiero. Chi ha visto e capito il suo film “Gran Torino” non può relegare a compassione senile la svolta finale del film, nè limitarlo ad un messaggio di principio sulla dignità valoriale della cultura Hmong… è ridicolo ed offensivo anzitutto verso Eastwood. Il suo voto per Trump è stato una potente dichiarazione politica, da cui io mi sento lontano e in disaccordo, del genere “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, una situazione nella quale l’unica vendetta e/o riscatto possibili comportano anche il rischio dell’autodistruzione.

TRE: conclusione amara della vicenda

Conclusione triste e arrabbiata della vicenda raccontata qui:

http://hytok.altervista.org/telefonino-mai-piu-tre/

Il rivenditore TRE di Milano in viale Pisa 15 (https://goo.gl/1eI3uD) ha rifiutato di collaborare e mi ha mentito dicendomi di aver proceduto all’annullamento della pratica PRIMA dell’attivazione, nonostante per e-mail mi avesse confermato di averlo fatto. Invece nessun annullamento è stato effettuato. A TRE ed allo studio legale che ha curato la pratica, le e-mail che ho fornito non sono bastate come prove a mio discarico e non hanno annullato la procedura di recupero del credito per l’erronea avvenuta attivazione. Alchè mi restavano due strade:
-cedere alle richieste dello studio legale incaricato del recupero crediti e pagare (77.65 euro anzichè 86, lieve riduzione, bontà loro);
-andare in Questura e sporgere denuncia verso la TRE e verso il rivenditore.
Per una cifra del genere, con la prospettiva di anni di pratiche pendenti? Ho pagato e fine della storia, si è compiuta un’ingiustizia. Che almeno questo post scoraggi chiunque a recarsi in quel negozietto TRE… e non posso neppure augurarmi il fallimento della TRE, visto che è alle porte la sua fusione a gennaio con la WIND, il mio attuale operatore telefonico… paradosso e beffa.
Ultima appendice: anche se so che non servirà, scriverò una lettera raccontando la vicenda all’Ufficio Reclami della TRE (H3G S.p.A. Ufficio Reclami Casella postale 133, 00173, Roma Cinecittà), non una e-mail perchè dai “non più clienti” non ne accettano.

Storie d’amore

Biblioteca di condominio Rembrandt, a Milano in via Rembrandt 12, il piccolo circolo letterario creato da Roberto negli ex locali di una portineria in disuso. Una di quelle cose e una di quelle persone che rendono Milano speciale.

https://www.facebook.com/BibliotecaRembrandt12/posts/606475736190347

Alle 18.05 l’autrice Angela Bevilacqua presenta il suo libro “Dai Pini della Sila alle Guglie del Duomo”, la biografia strabordante d’amore di suo marito Mario morto 6 anni prima.

http://www.ladeaeditori.it/dai-pini-della-sila-alle-guglie-del-duomo.html

Dai Pini della Sila alle guglie del duomo.

Dai Pini della Sila alle guglie del duomo.

Si siedono sul divano di fronte ai 30 spettatori una giovane donna, che farà da presentatrice per la sua prima volta, ed una signora dai capelli bianchissimi ed elegante abito rosso: ha 83 anni ma ne dimostra 10 in meno. Premette che non ha mai fatto una presentazione in pubblico e potrebbe andare tutto storto… invece sarà un successo, è come se Angela non avesse fatto altro nella vita. E’ tanto il suo entusiasmo nel raccontarci del suo Mario che ogni briciola di titubanza scompare e lei al microfono è totalmente a suo agio, per 70 minuti.

Dopo un preambolo della presentatrice, Angela prende la parola e pur senza svelare troppo inizia a raccontare aneddoti, collegamenti, sensazioni, divertissment, ricordi di quello che è l’argomento del libro: il suo Mario, l’amore immenso e perfetto della sua vita per 54 anni.
Il tono gentile e sobrio di Angela, ancora completamente innamorata dell’uomo che ha lasciato un’impronta fortissima in lei, nei suoi figli e nei nipoti, che ancora ha il suo studio intatto in casa, coinvolge emotivamente tutti quanti, nell’aria si crea un’atmosfera magica e tutti vengono rapiti dalla realtà rarissima di un amore così bello, così totalizzante, così speciale, fra due persone dalle origini diverse che s’incontrano come se la natura li avesse creati perfetti l’uno per l’altra.
Angela, figlia di una famiglia milanese da generazioni, radicata nel quartiere Porta Romana dove abita tutt’oggi.
Mario, nato in un paesino della Sila calabrese, decide che vuole crescere e identifica Milano come punto di partenza. Era l’immediato dopoguerra e lui emigra, in anni in cui, nonostante i milanesi abbiano da sempre “il cuore in mano”, c’era tanta diffidenza e difficoltà verso chi proveniva dal sud. Ma lui ha sconfitto ogni perplessità, ha sfondato… da pugile, da imprenditore, da uomo appassionato di cultura, da essere umano.
Un giorno in tram assistette alla scena di un uomo che faceva avance volgari a una ragazza… era Angela. Allontanatolo verbalmente poi le disse, forse inopportunamente in quel frangente, che la trovava molto bella. Lei si chiuse, ma lui nascondendosi la seguì per scoprire dove abitasse. Ne chiese informazioni alla portinaia che gli rispose: “Quella ragazza non va bene per un terùn come te.”
Ma lui non si arrese, continuò a tenerla d’occhio e a tentare con gradualità approcci e corteggiamenti. Un giorno la mostrò da lontano a un suo amico dicendogli: “Quella è la donna che sposerò.” E così accadde.
E’ stata una vita d’altri tempi, con usanze certamente diverse da quelle dei nostri giorni: sposatisi lei smise di lavorare e prese a occuparsi di casa e famiglia, mentre lui pensava ai compiti da “uomo”, con grinta e portando i pantaloni. Ma è tutto da contestualizzare, e allora questo dava a entrambi felicità e realizzazione.
I racconti delle cene da decine di persone per amicizia o relazioni lavorative… un capodanno ospitarono dei russi che si misero a lanciare i loro calici del servizio buono dal balcone, e Angela dovette fare buon viso a cattivo gioco!
Le gite in montagna di Mario, che alla fine della sciata divideva a canna con gli amici una magnum di champagne sepolta ore prima al fresco della neve.
Le cene preparate da Angela, la “Pasta China”, una pasta al forno calabrese ricchissima, più un intero prosciutto crudo e vino rosso, in cui i veri amici di Mario, quasi tutti settentrionali, ci davano dentro fino a stendersi di calorie ed alcol.

http://www.pastaenonsolo.it/pasta-china-pasta-ripiena-al-forno/

Il cartello esposto da Mario in cucina: “Date ascolto al capo”.
La musica lirica e il balletto trasmessi ai due nipoti.
La tradizione del presepe in grande stile, con casette di terracotta, da ricreare ogni anno il 15 dicembre, tradizione che tutt’oggi i nipoti portano avanti.
La citazione eccezionalmente esemplificativa di François de La Rochefoucauld, che spiega quanto intenso fosse il legame di Angela e Mario:

“Il vero amore è come i fantasmi: tutti ne parlano ma sono pochi quelli che lo hanno visto davvero.”

Accompagnata in due pause da medley dei Rolling Stones suonati da un amico libraio, alla fine Angela ha offerto prosecco e rustici, firmato i suoi libri a chi li ha comprati, dato una buona parola a tutti, inclusa una ragazza down deliziosa ed entusiasta.

Mi sono avvicinato ad Angela e, con tranquillità ma molto emozionato, le ho parlato: “Mi permetta di dirle una cosa importante. Grazie, per averci raccontato la storia del suo amore, per me è stata una serata più bella e speciale che mai: da 6 mesi esatti sono insieme alla donna che sposerò, si chiama Irene e lei mi ha fatto vivere il racconto di un’emozione che ha così tanto in comune con quella della mia vita. Grazie infinitamente, Angela.”
E siccome la vita è estremamente divertente oltre che romantica, è successo che Angela stava sbagliando a darmi il resto del costo del libro, trattenendo 10 euro di troppo… è stata dura ma alla fine gliel’ho detto e s’è corretta in corsa!

Angela Bevilacqua a Filippo e Irene.

Angela Bevilacqua a Filippo e Irene.

Se in passato alcune presentazioni sono state belle per averci fatto conoscere dei romanzi eccezionali, come quelli di Elisabetta Cametti, altre presentazioni informative come quella sul Bosco Verticale, il famoso grattacielo milanese, alcune un pizzico malriuscite, questa è stata pura magìa. Grazie Angela per aver condiviso la storia del tuo amore in questo modo fantastico, grazie Roberto perchè riesci ad organizzare e creare piccoli indimenticabili eventi nella tua piccola Biblioteca Rembrandt. E domenica 16 ottobre il protagonista della presentazione sarà Giulio Regeni, la vittima italiana dell’Egitto violento dei mesi scorsi, si preannuncia una serata imperdibile.

Telefonino, mai più con TRE

L’esperienza ci induce a chiudere certe porte, è successo in passato per la mia internet a casa con Fastweb e succede adesso per l’operatore di rete cellulare TRE; in entrambi i casi non per le tariffe o per problemi tecnici che succedono a chiunque, ma per l’assistenza clienti squallida che è poi sfociata in veri e propri comportamenti da truffatori, in cui sono coinvolti rivenditori e assistenza telefonica.

IL MIO CASO CON TRE, riassunto dalla lettera che stamattina invio via fax all’800179600.

Spett.le Tre,
Mi chiamo Filippo Simone, sono un ex intestatario di una linea telefonica Tre
con il numero 393——-. Vi scrivo per risolvere un problema in cui sono
incappato in una delle vostre procedure.
A fine maggio mi sono recato presso un vostro negozio milanese in viale Pisa 4,
dove ho tentato di fare un passaggio ad una tariffa più favorevole. Il
rivenditore di nome Roland mi aveva assicurato una risoluzione breve, ma dopo
settimane di attesa invano ho annullato l’operazione e successivamente ho
cambiato operatore passando a Wind. Il rivenditore aveva affermato di aver
annullato la mia richiesta e che quindi nulla avrei dovuto pagare, ma sono
cominciati ad arrivare gli avvisi di pagamento dell’attivazione linea.
Ho chiamato il 133 e mi hanno risposto che avrei dovuto risolvere con il
rivenditore.
Sono andato dal rivenditore che mi ha detto di stare tranquillo e ignorare gli
avvisi di pagamento.
Il 7/09/2016 lo studio legale —— di Bergamo. che si occupa di recupero
crediti mi ha inviato una lettera intimandomi di pagare la somma di 86.63 euro;
riferimento pratica ——- / ——- / -, codice cliente ——-.
Ho nuovamente chiamato l’133 che mi ha invitato a tornare dal rivenditore
oppure, in caso d’insuccesso, scrivere a voi via fax come sto facendo.
Sono nuovamente andato dal rivenditore che mi ha manifestato la sua incompetenza
e indisponibilità a cercare di risolvere la faccenda con la frase “Se telefono
al mio responsabile parlandogli del caso mi ride in faccia.”
Prima di effettuare una denuncia in questura vi chiedo di annullare tale pratica
immediatamente.
Invio per copia conoscenza al suddetto studio legale.
Distinti saluti,
Filippo Simone

Crabarissa, Sardegna

Una tenera storia, un percorso alato che riconduce alle radici sarde, un mondo per me quasi sconosciuto ma estremamente affascinante… a cominciare dal proverbiale carattere dei sardi, fiero e riservato, in cui ho sempre rivisto un pizzico del mio.

Questa è la capinera, un uccellino diffuso in tutta Europa, Sardegna inclusa, le cui femmine hanno la testa marrone/rossiccia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Sylvia_atricapilla

Crabarissa (capinera)

Crabarissa (capinera)

Nel loro sterminato vocabolario pare la chiamino con decine di nomignoli, uno dei quali mi è particolarmente caro: “crabarissa”.

http://www.antoninurubattu.it/rubattu/component/glossary/Dulsi-9/C/capinera-162864/

Il termine ha origine da una scultura naturale in granito alta oltre 50 metri che si trova ad Austis, fra le province di Nuoro ed Oristano, e somiglia a una ragazza in costume tradizionale.

Sa Crabarissa, Austin

Sa Crabarissa, Austin

Ci sarà un legame fra l’uccellino e quella roccia? Stormi di crabarisse orbiteranno attorno allo spuntone come danzatori aerodinamici e colorati, come canta Battiato ne “Gli Uccelli”?…

“Volano gli uccelli volano
Nello spazio tra le nuvole
Con le regole assegnate
A questa parte di universo
Al nostro sistema solare
Aprono le ali
Scendono in picchiata atterrano meglio di aeroplani
Cambiano le prospettive al mondo
Voli imprevedibili ed ascese velocissime
Traiettorie impercettibili
Codici di geometria esistenziale”

Ma il racconto prende una piega leggendaria e drammatica: si racconta che il nome di quella roccia provenga da una fanciulla originaria di Cabras, da cui il termine Crabarissa (Donna di Cabras), che si innamorò di un pastore di Austis conosciuto durante la discesa invernale delle greggi dalle montagne fino alla costa, alla ricerca di pascoli migliori. Si scambiarono doni e la promessa di matrimonio, ma finita la transumanza il pastore ripartì per la montagna e non fece mai ritorno. La ragazza intraprese il lungo viaggio verso la montagna e, giunta ad Austis, trovò il pastore sposato con un altra donna; nel ritorno verso la pianura, rimase pietrificata dal dolore.

http://www.comune.austis.nu.it/index.php?option=com_content&view=article&id=29:sa-crabarissa-completo

Una versione meno straziante ma più banale della leggenda racconta che la ragazza, sposata e stabilitasi ad Austis, incappò in una maledizione. Un giorno mentre ritornava dall’ovile, portando sulla testa un recipiente di sughero pieno di latte, incontrò un pastore affamato che le chiese cosa portasse sulla testa. La ragazza risposte che trasportava pietre, e fu punita dal pastore/stregone che le preannunciò, a causa di quella bugia, che si sarebbe trasformata in pietra.

http://wikimapia.org/18637572/it/Roccia-Sa-Crabarissa

Il folklore attorno alla Crabarissa vive nei racconti e nelle canzoni, come quelle di Serafino Murru… ma mi piace pensare che tutto nasca da quella testolina rossiccia, e che ogni capinera sarda in volo sia un’esca per alzare gli occhi al cielo e pensare che c’è di più.

Un’altra Turchia

Breve premessa: sono innegabili le difficoltà che ogni popolo vive quando è a contatto col “diverso”, sia esso di provenienza geografica, di scelte religiose, culturali o sessuali, anche di semplici abitudini.

Quello che mi ha infastidito dell’articolo che potete leggere qui…

http://www.vice.com/it/read/legge-anti-moschee-lega-nord-milano-corte-costituzionale-583

…che fra l’altro ritrae il quartiere in cui abito, è il tono fra lo scandalistico e il tesissimo che lo pervade, nonostante l’articolo stesso non denunci eventi nefasti o particolari difficoltà d’integrazione degli islamici della zona.

Infatti è proprio questo il punto: sono da molti anni qui, e non ho mai, dico mai, avuto rapporti meno che piacevoli, sereni, integrati con le varie comunità immigrate, sono numerosi soprattutto turchi, egiziani e cinesi.

Fra l’altro proprio oggi sono entrato per la prima volta in una macelleria turca aperta da poco, ho girato un po’, preso cinque cosette che m’ispiravano e che faticherei a trovare altrove, fra cui carne di manzo freschissima ed un tipo di biscotto delizioso: ho speso una cifra irrisoria per gli acquisti fatti, circondato da cortesia e sorrisi costantemente (mi chiamavano “zio milanese”, non chiedetemi perchè, somiglia al “capo” dei mercati ortofrutticoli italiani), insomma, questo è semplicemente vivere, insieme, sullo stesso pianeta. E’ davvero così difficile?

Rilanciare l’occupazione, serve uno shock

Di programmi politici, buone intenzioni e manovre insufficienti: qualche considerazione sparsa, senza finta umiltà ma pure senza utilità, visto che almeno in questa vita non credo farò politica. Però… mi sarebbe piaciuto.

Allora, così per divertirmi, stamattina mi è venuta voglia di scrivere un articolo di politica economica come se dovesse essere pubblicato sotto forma di editoriale su un quotidiano. Chissà, in qualche universo parallelo magari mi succede davvero.

***

Rilanciare l’occupazione e di conseguenza l’economia, come fare? Si direbbe che non esiste un uovo di Colombo altrimenti qualcuno l’avrebbe già applicato, magari non per generosità ma per mero calcolo elettorale. Eppure… la sensazione è che nella maggior parte dei governi, non solo italiani, manchi il coraggio di prendere decisioni estreme, di dare uno shock, tentando invece solo piccoli aggiustamenti, riformine, a volte pure criticate ma mai garanzie di svolte decisive a breve e medio termine.

Il Jobs Act di Renzi, tanto simile a quello che sta scatenando proteste in Francia, serve davvero? Sembra solo un apparato di incentivi che, fino al loro esaurimento, lima in meglio la situazione ma non incide in profondità nella ferita della disoccupazione italiana. Il pacchetto di defiscalizzazioni e decontribuzioni per convincere le imprese ad assumere rappresenta inoltre un costo per tutti noi, perchè finanziato dal bilancio statale… le voci più critiche lo definiscono infatti un “drogare il sistema” per ottenere alla fine neanche tanto.

Gli effetti positivi della riforma del lavoro renziana: crescono soprattutto gli occupati over 50 (buon per loro), si moltiplicano i lavori occasionali (voucher), aumentano le trasformazioni di contratti precari in contratti a tutele crescenti. Tutti soltanto lenitivi di una situazione critica.

Nel 2015, al netto di cessazioni e trasformazioni, il guadagno in termini di nuove occupazioni è stato di poco più di 100mila, a fronte di un investimento in bilancio di 6,1 miliardi di euro. Nel 2016 la tendenza ha continuato, rallentando un po’ a causa della diminuzione della portata degli incentivi, anche se occorre specificare che, pur trattandosi di numeri, il governo rivendica risultati migliori di quelli rilevati dall’INPS e dall’ISTAT: è guerra di cifre da propaganda elettorale.

Quei 6,1 miliardi potevano essere investiti meglio?

Dagli ambienti di sinistra veniva la proposta di destinarli allo sviluppo e al risanamento delle infrastrutture della penisola, dagli argini dei fiumi ai ponti, strade, scuole e ospedali… ma la sensazione è che tale utilizzo, pur meritorio e auspicabile, avrebbe al massimo rafforzato il settore edilizio e industriale, in crisi da decenni, senza grandi differenze nelle nuove assunzioni.

Dal Movimento 5 Stelle fanno sapere che quella cifra sarebbe bastata a coprire almeno la metà necessaria per l’introduzione del Reddito di Cittadinanza, rete di protezione a loro dire necessaria in una società in cui creare lavoro è sempre più difficile, a causa della tecnologizzazione spinta, del sovraffollamento mondiale e della differenza del costo del lavoro fra Paesi occidentali e aree povere soprattutto dell’Asia.

Il centrodestra leghista berlusconiano, in confusione e senza leadership da tempo, si limita a dire che il Jobs Act è sbagliato, riservandosi proposte alternative per la prossima campagna elettorale.

Ma è evidente a tutti ormai, anche allo stesso governo, che bisogna fare dei passi ulteriori per rilanciare lavoro ed economia, e si è subito pensato al grande buco nero del nostro bilancio: il sistema previdenziale pensionistico. Nonostante la durissima e imperfetta riforma Fornero, ogni anno il bilancio statale deve stanziare quasi 300 miliardi di euro per pagare tutte le pensioni, e le entrate a copertura scarseggiano. Infatti, con buona pace di leghisti e affini, senza i contributi versati dai milioni di lavoratori extracomunitari, già da oggi sarebbe impossibile far fronte ad un esborso di tali dimensioni. Nel 2014, ultimo anno di rilevazione ufficiale, gli stranieri hanno versato all’Inps 8 miliardi di euro di contributi, a fronte di riscossioni pensionistiche e affini per soli 3 miliardi: un saldo positivo di 5 miliardi di euro, certamente ancora cresciuto negli ultimi due anni.

Sono allo studio idee d’intervento per favorire il ricambio generazionale: incentivi al pensionamento anticipato in cambio di una riduzione in percentuale dal 3% al 10% dell’ammontare della pensione mensile: nei mesi scorsi una proposta in tal senso è venuta dal presidente dell’INPS Tito Boeri, ma finora è rimasta inascoltata.

E’ stato diffuso in questi giorni un progetto del governo Renzi, redatto dal professore dell’università Bocconi Tommaso Nannicini, in base alla quale si offrirebbe al lavoratore di andare in pensione un anno prima del tempo rinunciando, per un periodo medio di 20 anni, ad una delle 13 riscossioni pensionistiche annuali. Una specie di mutuo a rata annua da estinguere in 20 anni o con la propria morte. Ovviamente ogni anno in più di pensionamento anticipato raddoppierebbe l’importo della rata annua.

Le due proposte di pensionamento anticipato sono state accolte da scetticismo e attacchi da parte delle opposizioni, ma mostrano almeno uno spunto coraggioso, invertire la rotta tramite provvedimenti shock, molto penalizzanti per i lavoratori in uscita e costosi per le casse dello Stato. E’ un serpente che si morde la coda: da qualche parte bisogna afferrarlo per venirne a capo, e solo con decisioni drastiche si può sperare di trovare una via d’uscita che inneschi un circolo virtuoso nel rilancio dell’occupazione e dell’economia.

Il pensionamento anticipato ricorda da vicino lo strumento di cui negli anni ’80 e ’90 le imprese private italiane hanno ecceduto, andando a pesare enormemente sul debito pubblico in un’epoca in cui al problema si dava poco peso. Un esempio è l’acciaieria ILVA di Taranto, che ha ridotto il suo organico di migliaia di impiegati ed operai nel giro di pochi anni, tramite un sistema di incentivi al prepensionamento per under 60. Stiamo ancora pagando le conseguenze di quegli abusi, ma forse il sistema non era del tutto sbagliato e lo Stato potrebbe utilizzarlo oggi per aprire le porte agli under 30 che ancora non sono riusciti ad entrare nel mondo del lavoro.

Di pari passo con tale riforma potrebbe pure essere studiata una modalità di applicare la proposta dei 5 Stelle di Reddito di Cittadinanza, su cui converge il già citato Tito Boeri, e innescare un volano di proporzioni gigantesche. Per passare dalle parole ai fatti servirebbero tre fattori essenziali:
– la consapevolezza dei cittadini di dover fare delle rinunce per il bene della società, o dei propri figli e nipoti per metterla su un piano più affettivo e motivante, rassegnandosi a vedere ridotto il vitalizio pensionistico che si sono sudati durante una vita di lavoro;
– la volontà politica, anzi l’estremo coraggio di un governo disposto a ignorare lobby e pressioni sociopolitiche per osare una riforma davvero rivoluzionaria;
– tanti soldi, perchè nonostante le penalizzazioni e i tagli sanguinosi, la gran parte dei costi dovrebbe comunque essere coperta dalle attività di bilancio, e con l’economia ristagnante, i tagli agli sprechi sempre promessi e mai applicati, far saltar fuori decine di miliardi di euro per le coperture sembra un’impresa titanica.

Ci vogliono idee, ci vuole il decisionismo incosciente di portarle avanti fino al compimento, ci vuole un uovo di Colombo. Abbiamo già consumato, per non dire sprecato, oltre 10 miliardi di euro negli ultimi due anni per il Jobs Act: è il momento di fare qualcosa di più e di diverso.