Un Natale di maggio

E’ maggio e scrivo un post natalizio? Certo, per me ogni giorno è uguale, e quando sto bene ogni giorno è il giorno giusto per far festa. In fondo la penso come Luca Carboni: o è Natale tutti i giorni, o non è Natale mai.

Credo molto nel simbolismo e nella trasmissione delle memorie attraverso racconti, ricordi di emozioni, perfino oggetti che raccontano una storia solo a chi la conosce e per questo vanno diffusi a coloro che amiamo, che possono comprenderli e farli propri.

La storia di oggi la raccontiamo io e un dolce natalizio: il Tronchetto Cioccolato e Castagne, detto anche Ceppo Natalizio in omaggio alla leggenda da cui prende il nome.

Tronchetto di Natale cioccolato e castagne

Tronchetto di Natale cioccolato e castagne

“Quella del ceppo o ciocco natalizio è una delle più antiche tradizioni: si tratta di un’usanza risalente almeno al XII secolo e che fino al XIX secolo-inizio XX secolo era molto diffusa in Scandinavia, Gran Bretagna, penisole balcanica e iberica. La Vigilia di Natale il capofamiglia, con una particolare cerimonia di buon augurio (in genere un brindisi), bruciava nel camino di casa un grosso tronco di legno, lasciato ardere anche nelle successive dodici notti fino all’Epifania; i resti del ceppo venivano poi conservati, in quanto si attribuivano loro proprietà magiche (si credeva che favorissero il raccolto, l’allevamento, la fertilità delle donne e degli animali, la salute e che proteggesse dai fulmini) e spesso venivano riutilizzati per accendere il ceppo dell’anno successivo. In alcune lingue il termine con cui si indica il ceppo si ritrova nei termini per indicare il Natale (il lituano kalėdos, letteralmente “sera del ceppo”) o la vigilia di Natale (il croato badnjak, che significa anche “ceppo”).

Da questa tradizione deriva anche quella del dolce chiamato ceppo natalizio o tronchetto di Natale, molto diffuso nei Paesi di lingua francese dove è chiamato, come il ceppo, bûche de Noël.”

Oggi non solo la tradizione del ceppo da ardere è poco diffusa, anche il dolce è un po’ dimenticato. Io non ne avevo mai sentito parlare fino a ieri, eppure mi è venuta una gran voglia… più che di mangiarlo di ricrearlo, utilizzando la scintilla del ricordo che mi è stato trasmesso per accendere fuochi… in casa, su internet, ovunque.

Non sono molto bravo nel fare i dolci, che richiedono infinita precisione e tantissimo tempo, ma l’idea è che un giorno, non so dove nè quando, ci voglio provare. Con la compagnia giusta per l’occasione. La parte più bella infatti non è dividersi le fettine del ceppo cioccolatoso castagnoso, ma immergersi nella giornata di preparazione, fra scodelle, bilancini, fruste per impastare, teglie, forni accesi, profumi magici nell’aria.

Nel frattempo… ecco una versione sicuramente non originale ma composta da informazioni raccolte un po’ ovunque, modificata coi miei gusti e la mia immaginazione. E’ maggio, d’accordo, ma a qualcuno magari verrà voglia di prepararlo… il prossimo dicembre o perfino domenica prossima. E se avete in casa un camino… tenete da parte un ceppo per il 24 dicembre…

CEPPO NATALIZIO CIOCCOLATO E CASTAGNE

Ingredienti:

-per la parte esterna-

90 g di farina 00
5 uova
100 g di zucchero
40 g di burro
1 cucchiaio di fecola di patate
2 cucchiai di cacao amaro in polvere
1 bustina di vanillina

-per il ripieno-

300 ml di panna fresca liquida
80 g di zucchero a velo
250 g di purea di castagne
20 g di cacao amaro in polvere

Preparazione:

Lessare le castagne, sbucciarle e passarle in un passaverdure rendendole purea.
Ungere una placca da forno e coprirla con un foglio di carta da forno, poi ungere anche il foglio.
Riempire per metà d’acqua una grossa pentola e metterla sul fuoco; intanto accendete il forno a 200 gradi.
Dividere le uova: gli albumi in una ciotola normale e i tuorli in una ciotola metallica, unire 70 g di zucchero ai tuorli; appena l’acqua inizia a sobbollire, abbassare il fuoco al minimo e mettere la ciotola metallica sulla pentola (non deve toccare l’acqua). Frullare vorticosamente il composto per almeno 5 minuti, finché sarà gonfio e spumoso.
Togliere dal fuoco e tenere da parte, non lasciando la ciotola sulla pentola.
Lavare le fruste del frullatore e montare a neve gli albumi; quando iniziano a solidificarsi unire i 30 g di zucchero rimanente e continuare a montare finché il composto non è compatto e lucido.
Mescolare farina, cacao e fecola ed unirli ai tuorli a pioggia passando al setaccio; unire la vanillina, poi incorporare con cautela gli albumi montati, mescolando dal basso verso l’alto.
Versare il composto sulla placca senza farlo arrivare ai bordi, muovendo lo stampo, senza toccare troppo l’impasto.
Infornare per pochi minuti, da 5 a 10 a seconda del forno, sarà pronto quando la superficie risulterà compatta e spugnosa ma non secca e, se premuta, conserverà l’impronta del dito.
Bagnare uno strofinaccio pulito, strizzarlo bene e stenderlo sul tavolo; rovesciare con delicatezza la pasta ancora calda sullo strofinaccio, staccare la carta forno e arrotolare immediatamente. Lasciate raffreddare completamente in questo modo per due ore.
Versare la panna molto fredda in una ciotola capiente e montare con un frullino elettrico; quando comincia a solidificarsi, unire lo zucchero a velo setacciato a pioggia e continuare a frullare finché la panna è montata. Srotolare la pasta e spalmare la crema di castagne su tutta la superficie, lasciando 2 cm liberi dai bordi.
Fare lo stesso con un quarto della panna montata, poi arrotolare la pasta. Tagliare il salamotto così ottenuto a un quarto della lunghezza, praticando un taglio obliquo.
Mettere la parte più grande sul piatto di portata (protetto con carta da forno) e accostare la parte più piccola (sarà il ramo del tronco); coprire con la panna rimanente.
Con l’aiuto di una forchetta, formare le righe sulla panna a simulare le scanalature del legno; mettere in frigo per tutta la notte coperto da pellicola trasparente.
Prima di servire, spolverare con abbondante cacao amaro e togliere la carta da forno dal piatto.

Di Coelho e della leggenda del filo rosso

Non ho mai amato Coelho, ho provato a leggere due dei suoi libri più famosi ma hanno qualcosa che non è nelle mie corde… forse troppo espliciti, troppo al limite dell’esoterismo interiore.

Ieri però cercavo in rete dettagli su una storia di cui avevo appena sentito parlare… la leggenda cinese del filo rosso, e sono incappato in un pensiero proprio di Coelho che ne da un’interpretazione particolare.

La leggenda, che parla di predestinazione e amore romantico, in se appare sempliciotta, non mi fa impazzire… ma il suo approfondimento merita una riflessione.

“Dicono che durante tutta la nostra vita abbiamo due grandi amori: uno è quello con cui ci si sposa e si vive per sempre, e che forse sarà il padre o la madre dei nostri figli… quella persona con la quale si ha la massima compenetrazione e si desidera passare il resto della vita.
E dicono che esista un secondo grande amore, una persona che perderemo sempre. Qualcuno al quale siamo legati dalla nascita, talmente legati che le forze della chimica sfuggendo alla ragione gli impediranno, sempre, di avere un lieto fine. Finché un giorno entrambi smettono di provarci… si arrendono e iniziano a cercare l’altra persona che alla fine troveranno.
Ma vi assicuro che non passerà una sola notte senza bisogno di un altro suo bacio, o almeno di discutere una volta ancora.”

Non ho interpretazioni univoche da offrire, e nemmeno sento di condividere in pieno questa sorta di yin e yang dell’innamoramento, è però uno di quei dilemmi filosofici che mi son sempre divertito a smontare e smentire a modo mio!

Insomma, concludendo… confermo la mia prima impressione su Coelho: io e lui viaggeremo sempre su strade di pensiero che non s’incontreranno mai, ma stavolta lo ringrazio per lo stimolo a rimuginare sui massimi sistemi… è una cosa che adoro!

L’archetipo del cambiamento

Nel tempo in cui viviamo cambiare è valutato diversamente in base alla propria apertura mentale, all’inclinazione politico/sociale e solo in misura minore alle intenzioni di coloro che cambiano.

Capacità di perdonare e reintegrare nella società: quanti davanti a un crimine, dalle rapine in appartamento agli omicidi, butterebbero la chiave della cella in cui rinchiudere l’autore, o addirittura lo impiccherebbero in pubblica piazza? Chi ha sbagliato può sperare in un’inversione del suo percorso di vita, se lui per primo è disposto ad abbracciare il cambiamento? Se il manager condannato per tangenti o il mafioso, folgorati sulla via di Damasco o cooptati da benefiche influenze, decidono di tagliare i ponti con il loro passato, gli si deve porgere la mano per una seconda occasione? Secondo lo spirito delle norme, quasi sempre e quasi ovunque, il carcere deve avere funzione riabilitativa, con eccezioni dovute alla gravità dei delitti o ai criteri normativi in vigore. Negli USA un singolo omicidio volontario può portare alla pena di morte, in Norvegia perfino una strage come quella di Breivik, che uccise 77 persone, è stata sanzionata con 21 anni di carcere, massima condanna prevista lì. Giusto, sbagliato? Io mi pongo più vicino alla Norvegia ma non del tutto, per casi limite come quello citato ritengo plausibile se non l’ergastolo almeno una pena molto più lunga, e confesso di nutrire dei dubbi: ci si può davvero riabilitare dopo un crimine così eclatante?

In questi giorni in Italia si discute di Doina Matei, omicida condannata a 16 anni di reclusione, in semilibertà lavorativa per buona condotta dopo aver scontato 9 anni. Ha temporaneamente perso la semilibertà per aver pubblicato su Facebook delle sue foto al mare mentre sorrideva, affronterà un’udienza in cui il giudice deciderà se restituirgliela. Da più parti si sono alzate urla contro l’istituto giuridico della semilibertà, contro la pena troppo mite, contro la sua sfacciataggine nello sfoggiare gioia di vivere. Difficile interloquire con chi, avendo gli occhi iniettati di sangue, condanna a prescindere la Matei. Evitare di mostrare gioia dovrebbe essere una pena accessoria da includere nelle sentenze? Per un omicidio preterintenzionale bisogna comminare l’ergastolo ed escludere la possibilità di riabilitarsi? Tutte questioni su cui giuristi e sociologi mondiali dibattono da sempre, non sarò io a offrire risposte certe… anche se ho la profonda convinzione che ogni vita sia sacra e non vada spenta con la pena capitale, e che tranne casi giudicati irrecuperabili, una speranza di cambiamento è indispensabile sia per coloro che hanno sbagliato che per tutti noi che rischiamo di sbagliare ogni giorno, per disperazione o per un passato di sofferenze e cattivi esempi.

Dalla realtà all’immaginazione, tre esempi di personaggi che, nelle serie tv, sono passati dagli abissi del crimine o della più pura cattiveria alla redenzione più sincera e disinteressata.

Tom Paris

Tom Paris

Tom Paris, tenente dell’astronave Voyager nella serie Star Trek: Voyager. Terrorista Maquis e giovane egoista e sbandato, trova in se i germogli del cambiamento durante la difficile missione in cui la Voyager impiega 7 anni per tornare a casa.

Regina Mills

Regina Mills

Regina Mills, personaggio della serie Once Upon a Time, l’alter ego nella nostra dimensione della strega cattiva di Biancaneve, che dopo una vita di spietate crudeltà nel regno delle favole, lancia una maledizione e si ritrova sulla Terra, in un paesino del Maine chiamato Storybrook, insieme a tutti i personaggi di tutte le fiabe mai narrate. Lì vive anni di solitudine e frustrazione, poi un giorno adotta un bambino e… per la prima volta ama qualcuno più di se stessa; questo, dopo parecchi tentativi e fallimenti, la cambia radicalmente.

Spike

Spike

Spike, vampiro sanguinario della serie Buffy the Vampire Slayer, condanna ad una morte terribile centinaia di vittime che incontra sul suo cammino, finchè arriva in una cittadina della California, Sunnydale, dove conosce il suo arcinemico, la cacciatrice di vampiri Buffy, la combatte per anni da par suo, ma ad un certo punto gli succede qualcosa… lui, vampiro, demone senz’anima, s’innamora della cacciatrice e fa di tutto per conquistarla. Quando la sua natura lo tradisce e preda dell’esasperazione cerca di farla sua con la forza… in quell’istante capisce di non poter ambire al vero amore non avendo l’anima, ed intraprende un percorso mistico che lo porterà al cospetto di un potentissimo demone-sciamano, che dopo una serie di strazianti fatiche fisiche e psicologiche gli restituirà l’anima perduta. Ben prima di questo passaggio, però, la riabilitazione era cominciata: il vampiro senz’anima amava già, e sempre senz’anima ha preso la decisione di riprendersela. Se non è un cambiamento radicale questo!

Infinite diversità in infinite combinazioni

Tempo fa, in circostanze molto diverse da quelle di oggi, scrissi una riflessione su uno dei princìpi etici in cui credo. Visto che molti mi fanno gli auguri di Pasqua ed io non so bene come replicare non sentendo la Pasqua alla maniera cattolica, rispondo idealmente offrendo una parte dei miei pensieri, stavolta una parte molto… luminosa.

PS: grazie a Irene per lo stimolo!

*****

IDIC e Logica

Infinite diversità in infinite combinazioni.
Precetto vulcaniano, Star Trek

Se qualcuno mi chiedesse in cosa credo, non potrei citare uno specifico dio, nè una vera bibbia di riferimento, nè religiosa nè filosofica, ma credo in princìpi etici ben definiti.

Due di questi sono esemplificati perfettamente nell’universo narrativo di Star Trek, tramandati sul pianeta Vulcano come onnipresenti guide che da secoli rendono prospera la vita di quella specie: la Logica e l’IDIC, uno complemento dell’altro.

Senza l’IDIC, la Logica indurrebbe i Vulcaniani all’isolazionismo, evitando contatti con tutte le specie aliene che non abbracciano la stessa filosofia. Senza la Logica, abbracciare completamente l’IDIC significherebbe contaminare la propria diversità, smarrendola. Come l’atteggiamento da tenere verso il male (discrimina chi discrimina, difendi l’aggredito) l’approccio verso IDIC e Logica è analogo: ama e sposa la diversità di chi crede negli stessi principi universali, usa con gli altri lo stesso approccio che vorresti fosse usato con te.

Nel film Star Trek: The Motion Picture, uno dei protagonisti dell’equipaggio dell’Enterprise, il Vulcaniano Spock, chiede di tornare a bordo per aiutarli in una difficile missione di salvataggio del pianeta Terra. Da anni aveva lasciato il suo incarico per ritirarsi su Vulcano ed intraprendere un cammino ascetico che l’avrebbe portato a raggiungere il Kolinahr, la soppressione completa delle emozioni ed il perseguimento della pura logica. Aveva fallito, senza capire il perchè, ed è frustrato per tutto il film. Aiuta i suoi colleghi a risolvere la minaccia incombente, finchè alla fine aver ritrovato coloro che nemmeno riusciva più a chiamare amici, gli svela che non era riuscito a raggiungere il Kolinahr proprio perchè oltre la logica c’è di più, e lo spiega al Capitano Kirk stringendogli le mani: il contatto. L’altro. Il diverso, ed il combinarsi con esso.

Folgorazioni 1988/2016

Folgorazioni (bozzetto)

Folgorazioni (bozzetto)

Folgorazioni - 11-3-2016

Folgorazioni – 11-3-2016

FOLGORAZIONI

Nascono per caso, ma hanno bisogno di ingredienti (grazie Antonietta e Flaviano per carta e pastelli) e di una cucina pronta all’uso (il bagaglio della propria vita). Venerdì mattina, mentre iniziavo la mia terapia in ospedale, ho mescolato il tutto e…

Folgorazioni 1988/2016

Si sa come succede: guardi un oggetto o un volto fra la folla, ascolti una canzone, capti un profumo unico e sei folgorato! Quel colpo di fulmine che capita poche volte e su cui, se hai talento e furbizia, ci costruisci un impero.

Dicono che Ligabue abbia basato tutta la carriera di cantante sugli stessi due o tre accordi arrangiati in tanti modi. Ma pure Marcel Proust, senza il simbolismo dei suoi dolcetti, memoria di rimpianti e rimorsi, sarebbe molto meno famoso di com’è.

A volte è piacevole e autoanalitico risalire all’origine della propria folgorazione, e la mia, da cui discende l’essenza di chi sono oggi, risale ad una domenica d’autunno del 1988, quando il 16enne che ero accettò l’invito di uno strano compagno di classe e andò a trovarlo a casa, per… esplorare nuovi orizzonti.

Quell’adolescente era solo fango grezzo, fremente d’essere forgiato. In quella domenica l’incontro transitorio di due mondi lontani, poi rivelatisi inconciliabili, fece da scintilla sulla pietra focaia e mi accese.

27 anni dopo, in una mattina stagnante, tutto dentro me divampa della fiamma accesa quel giorno: un foglio e dei pastelli, un bozzetto di Paint, una serie di canzoni, un mosaico di oggetti.

Uno specchio ovale alto due metri con intarsi antichi, dominante al centro della stanza come un gigantesco portale a cui mai avvicinarsi perchè la mano di una megera potrebbe uscirne, stringerci il collo e risucchiarci in una dimensione spaventosa.

Un’alice, riferimento ittico solo per chi ignora la protagonista della colonna sonora della mia vita. Più che nome di donna, di un mondo nato quasi 30 anni fa dalle ceneri di una ragazzetta in cerca di gloria a Castrocaro, trovata e cesellata in diamante da Battiato, Messina e altre divinità.

Una torre antica, con il tetto bombato di un serbatoio d’acqua piovana a ricordare un soldato nazista, e all’interno una principessa che spera d’esser salvata. La torre ha forma di Dalek, personaggio di fantascienza che simboleggia costrizione, disumanità, male senza scopo nè interesse.

A far da collante al bazar mentale del quale ho fotografato solo poche cianfrusaglie, le parole di una folgore cantata da Alice: Laura degli Specchi.

Laura vive guardando sè stessa
la vita in rosa
in una casa tutta di specchi
si è rinchiusa
e lei non ha pensieri
non ha mai giorni neri
non conosce veri amori mai

Laura è così perché è stata ferita
un gabbiano in volo
proprio da chi l’aveva capita
per un attimo solo
e lui l’aveva usata
e poi l’aveva gettata via
e non è più volata via

E da allora canta sempre
la stessa melodia
una canzone d’amore in la minore
che è la nota della malinconia

E da allora canta sempre
la stessa melodia
una canzone d’amore che la fa sognare
che qualcuno se la porti via

E un giorno un poeta si trovava a passare
e la sentì cantare
in quella casa tutta di specchi
cercò di entrare
ma non c’eran porte nè finestre aperte
però da qualche parte un sistema ci sarà
e lui lo troverà

Con una tromba tutta d’oro
tu troverai la chiave del tesoro
con un accordo in la maggiore
potrai spezzar l’incanto del suo cuore

[…specchio infranto…]

Esistono le canzoni perfette?

Canzoni perfette. Non esistono canzoni perfette per tutti, e diventa una faccenda ancora più personale quando i tuoi gusti sono… di minoranza, di nicchia. Prendete il mio amico Marat, che va in sollucchero per Sade, che io trovo noiosissima, o la mia amica Elisabetta, che stravede per Richie Kotzen, che mi lascia freddo come un Brian Adams qualsiasi. Per conquistarmi una canzone deve avere… un pizzico d’atmosfera (come gli attacchi dei pezzi degli Aerosmith, peccato che spesso poi la buttino in vacca), un tratto di crescendo (avete presente The Final Countdown? Ecco!), un ritmo o una melodia che rubino il cuore. Se poi hanno anche un bel testo, strofe e ritornello memorabili… ancora meglio. Ho in mente parecchie canzoni che per me sono perfette, vi lascio un esempio che contiene tutte le scintille:

UN BUCO NEL PAVIMENTO – di Filippo Simone

Pavimento con buco.

Pavimento con buco.

Un buco nel pavimento. Un rettangolo scarnificato di 28 mattonelle, sbriciolate da una barella evidentemente pesantissima che i paramedici introdussero dalla finestra all’alba del 19 ottobre 2013, per venire a soccorrermi. Doveva essere proprio un catafalco di ghisa, arnese di decenni passati, per divellere un normale pavimento… fortuna che al di sotto spuntava una serie di mattoni in pietra, grezzi ma bellissimi, probabili vittime di una ricopertura inutile, e non uno squarcio che mi collegasse con l’appartamento del piano di sotto. Se tutto questo vi ricorda la trama di un film di Tsai Ming-Liang (The Hole), sappiate che per fortuna l’epilogo è meno drammatico… anche se un po’ triste: il vecchio rustico di mattoni pietrosi scompare di nuovo, ricoperto da… questo lo scoprirete alla fine!

Ma torniamo indietro di qualche ora.

Era tempo ormai che stavo male, mi sentivo sempre più debole e affaticato, uscivo pochissimo e rifiutavo di confidarmi con chiunque potesse scuotermi o accorgersi del mio stato. Non sapevo del linfoma all’origine dei miei problemi, ma ero consapevole di quelli relazionali. In sequenza nel giro di pochi mesi: la morte della mia mamma, la perdita del lavoro, la rottura definitiva con la donna a cui pensavo come il mio amore eterno, il tentato suicidio di mio padre a cui seguì la rottura completa e insanabile dei rapporti… mi sprofondarono in un tunnel di demotivazione e isolamento da cui, paradossalmente, l’esplosione della malattia creò la breccia per aiutarmi a uscire.

La sera del 18 ottobre mi depositai sul letto, sperando di dormire e riuscire a rialzarmi il mattino dopo, ma invece in piena notte mi accorsi di essere fradicio di sangue e umori. I linfonodi gonfi sotto la gola e sulle gambe erano esplosi, e mi ritrovai in un letto zuppo e infetto, in più non riuscivo ad alzarmi, dalla vita in giù ero paralizzato. Anche solo avvicinarmi al tavolino per chiedere aiuto sembrava un’impresa, infatti mi gettai per terra trascinandomi, fra dolori e difficoltà inimmaginabili.

Gli spaccapavimenti arrivarono di lì a poco, ma non potendo aprirgli la porta li costrinsi a usare una sorta di gru per entrare dalla finestra. Erano nell’altra stanza, perciò non li vidi sbarcarre coi loro attrezzi e sradicare le mattonelle, fu una di loro a dirmi che c’era stato un piccolo danneggiamento, ma in quel momento non poteva importarmene di meno.

Rividi casa solo molti mesi dopo, scoprendo il buco ancora ricoperto dai cocci.

Aspettai però di tornare ad abitarci stabilmente per allertare un artigiano e fare una serie di lavoretti. L’incaricato si chiamava Hassan, e il primo giorno di lavoro, dopo aver sistemato prese elettriche ed altre cosette, ripulì il buco nel pavimento. Che però sarebbe rimasto lì ancora per mesi a farmi compagnia e divertire gli ospiti! Infatti, qualche giorno dopo Hassan fu ricoverato per problemi cardiaci, a cui è seguita una lunga convalescenza ancora in corso.

Trascorsero estate e autunno, ed una frattura e due interventi chirurgici dopo ripensai al buco nel pavimento: decisi di incaricare un altro artigiano di concludere l’opera. Una bazzecola penserete, un po’ di cemento colloso e il gioco è fatto. Peccato che a lavoro finito due mattoni si staccarono… la coda comunque fu breve, un conoscente di passaggio in casa si offrì di sistemarle e lo fece in due minuti.

La sorpresa finale? Non penserete che a distanza di decenni avrei potuto trovare delle mattonelle identiche a quelle rotte! Impossibile, infatti ho riutilizzato quelle di scorta che avevo in casa, diversissime, e come vedete nella foto il risultato è un vero patchwork!

Pavimento patchwork.

Pavimento patchwork.

-Ringraziamenti-

A tutti gli amici che continuano ad incitarmi a scrivere, rispondo… abbiate pazienza: quando l’ispirazione, il coraggio e il desiderio s’incontrano, può nascere di tutto, anche cose insolite come questo raccontino! E poi vi tocca leggerli!

Alla mia amica Simona, che mi ha espressamente richiesto, con la sua sfacciataggine che adoro follemente, di scrivere un racconto con protagonista il pavimento di casa mia!

Fatebenefratelli: Umana. Il sole che cura

Già pubblicato sul sito dell’Associazione Progetto Oncologia Uman.a (volontari che operano nell’Hospice dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano), un breve flash del mio soggiorno lì, davvero… luminoso!
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UMANA. IL SOLE CHE CURA
di Filippo Simone

UMAN.A: i latini avrebbero esclamato “Nomen Omen”, il destino nel nome!

L’associazione di volontari che ha sede nell’Hospice di Oncologia dell’ospedale Fatebenefratelli non ha bisogno di presentazioni: basta prendere l’ascensore, arrivare al terzo piano e lasciarsi accogliere dalla luce che entra dalle ampie finestre lungo i corridoi.

A dire il vero, la prima volta che io ci arrivai un paio d’anni fa ero orizzontale, sdraiato su un lettino proveniente da pneumologia e non in grado di apprezzare nè la luminosità nè altro. Non ero completamente lucido, reduce da un mese di cure antibiotiche e diuretiche intensive, ed arrivai nella stanza 1, un posto tranquillo per cominciare i miei cicli di chemioterapia, nella speranza di risollevarmi dalla situazione che sembrava, se non disperata, quantomeno grave.

Sì, sono un paziente, che ha avuto ben due privilegi: quello di conoscere e toccare la professionalità e il calore dei volontari dell’Humana, indispensabile complemento di medici ed infermieri del reparto. Il secondo privilegio ovviamente, trattandosi di un Hospice, è stato poterne uscire sulle mie gambe, e raccontarne l’esperienza. Sono ancora alle prese con il mio linfoma non Hodgkin, impegnato in terapie e andirivieni ospedalieri, ma con una riserva d’energia tutta nuova ed uno sguardo positivo a quello che mi aspetta dietro l’angolo: sarà stato tutto quel sole…

Sì perchè il mio mese di Hospice fu pieno di eventi e cambiamenti, dal primo all’ultimo giorno, ma soprattutto di sole. La prima mattina, fra analisi e medicazioni su un corpo semiimmobile ed un collo fasciato per le ferite aperte, fu inframmezzata da una donna, rubiconda e moretta dai capelli corti, che entrò a portarmi una rosa di quelle che coltivava nei balconi dell’Hospice: scoprii poi che quella volontaria si chiamava Enza, era la numero uno dell’Humana, e pian piano conobbi la sua gentilezza e la sua frenesia. Oggi è in pensione, ed io ancora stento a crederci, temo che a casa si annoierà mortalmente!

Con l’aiuto di OSS e volontari, lasciai il letto per sistemarmi su una poltrona che oggi definirei comoda, ma all’epoca sembrava piena di spine, anche con un cuscino dietro la schiena. Feci accostare la poltrona alla grande finestra, chiesi di sollevare le tapparelle ed iniziai a godermi tutto il sole che invadeva la stanza.

Furono quattro settimane in cui, uno dopo l’altro, conobbi quasi tutti i volontari, dal pittore Mariano che m’insegnò l’arte dell’acrilico, a Mirella, sguardo brusco e cuore d’oro, Enrica, la mente contabile del gruppo, Joanna, per la quale all’inizio avevo una riverenza enorme, che col tempo ho visto tramutarsi in affetto e fiducia. Poi Rosanna, Giulia e tante altre che ogni tanto allietavano la mattina o il dopo pranzo con caffè e biscottini.

Un pomeriggio all’improvviso, poi, arrivò lei. Io ero sulla poltrona col mio computerino, e vidi una donna bionda e alta, che educatamente chiese se poteva entrare. Lei tastava il terreno, io cercavo di capire se era l’ennesima gentilissima volontaria da conoscere, a cui rivolgere una piccola richiesta o qualche parola.

Invece Sylvia… si sedette di fronte a me e iniziò a parlare dei gatti della sua vita. Senza saperlo, mi aveva già conquistato. Da lì in poi la conoscenza diventò così piacevole ed arricchente da evolvere in amicizia; ci caratterizza il fatto che quando ci ritroviamo… non finiamo mai gli argomenti.

E’ l’inizio di una lunga storia, durante la quale sono stato ricoverato più volte sia in Hospice che in Degenza Oncologica, dove ho conosciuto altri volontari e con molti di loro si è creato un rapporto di stima e amicizia.

Non so bene chi leggerà queste mie parole, forse pazienti a cui spero di regalare grammi di luce, o familiari che posso confortare garantendo loro: i vostri cari non potrebbero essere in mani migliori.

Io… non so se sono stato sempre un buon paziente, a volte mi risultava difficile imparare a farmi aiutare… penso a persone incontrate nei corridoi che mi offrivano fumetti, riviste, ed io rifiutavo perchè preoccupato di non approfittarne, anzichè sfruttare quel gancio per fare due chiacchiere che avrebbero aiutato entrambi. Dannato caratteraccio introverso che ho! Eppure… stare a contatto con l’Humana, affrontare sfide fisiche e psicologiche difficilissime, mi ha sensibilmente migliorato, perciò ho deciso di lasciare questa testimonianza.

Che possano leggerla in tanti, che possa servire a qualcuno.

The X-Files stagione 10, episodi 1 e 2

Non riesco ad essere troppo razionale in questo momento: ho appena guardato
il primo episodio, e… emozione assoluta, mi è sembrato di tornare al
passato, mi sono reimmerso totalmente in The X-Files in soli 43 minuti.

Gli occhi stanchi e provati dal tempo e dai fallimenti dei due, ma il fuoco
che cova sotto le braci delle loro anime… il sorriso da bambino di Mulder
quando vede l’astronave levitare magneticamente… il colpo di genio di
Scully che ripete le analisi (evidentemente sostituite da qualcuno la prima
volta)… ci sono tante cose in questo episodio, e tante domande (una: Ted
O’Malley esce di scena davvero?), tanti spunti… mi è piaciuto moltissimo!

In pratica l’episodio rimbalzava dall’UFO crashato a loro due, tranne
qualche breve flash (Smoking Man)… e io l’ho adorato così. Comunque resto
convinto che non si può seguire una decima stagione di un telefilm senza
conoscere le prime nove, non ha proprio senso! C’è un background enorme e
profondo, senza il quale questo episodio non trasmette significato, davvero. Molti
siti hanno fatto l’elenco di 10 episodi storici da guardare… non so se
possa bastare. Comunque… aria fresca e di grandissima qualità, mi ci
voleva proprio un regalo del genere!

E ora… sotto col secondo episodio!

Episodio stand-alone sì, ma con inserti di continuity, e che inserti! I
flashback immaginari con William… impossibili da comprendere se non sai
chi è William e tutto il resto.

Bello rivedere Mulder in giacca e cravatta finalmente, indagini serrate
come ai vecchi tempi, misteri mai del tutto svelati… è proprio il vero XF
come se non avessero mai davvero smesso.

Tutto bellissimo, sono soddisfatto al 100%! Il primo episodio ha fatto
oltre 13 milioni di share, definito dagli esperti “out of world”… quasi 10 per il secondo, alla via così!

Epifania e le altre feste

Ho sempre vissuto le festività come pretesto per qualcos’altro, sia quelle pubbliche (Natale, Carnevale, ecc….) sia quelle personali (compleanni, anniversari…). Da piccolo erano un pretesto per gigantesche riunioni familiari e scorpacciate di pietanze preparate soprattutto da mia madre. Da quando mi sono trasferito a Milano… a volte sono state un pretesto per oziare, altre per incontrare persone amiche e passare un po’ di tempo insieme. Ma non ho molti ricordi toccanti, se non piccolissime cose che, guarda caso, rimandano proprio alla festività più sottovalutata di tutte: l’Epifania.

Uno mi ricorda una persona importante, di cui non farò il nome, a cui regalai una befanina fatta in stracci di iuta e con una scopina di rametti di legno: niente di elaborato o di colorato, una roba semplicissima che adorai e che piacque tantissimo anche a quella persona. L’avevo comprata su una bancarella milanese, ma tornandoci per prenderne altre scoprii che erano finite.

Uno mi ricorda uno zio, deceduto da qualche anno, che per me ha rappresentato una forte figura paterna, nonostante i miei difetti e i suoi! Fin da piccolissimo ho sempre saputo che i regali di Natale me li compravano i genitori, invece alla calza piena di dolci della Befana era delegato questo zio. Che intorno al 3 gennaio mi prendeva (suo figlio di rado veniva con noi, certe cose lo annoiavano) e mi portava in un negozietto di dolciumi assortiti, scegliendo e facendomi scegliere. Tornati a casa con chili di cioccolatini, confetti, caramelle ed altra roba, e con una serie di sacchetti a forma di calza, o riciclando calze befanesche degli anni precedenti, riempivamo insieme questi pacchettini per amici e parenti, personalizzandoli (a Tizio non piacevano le caramelle, Caio non amava la cannella, ecc.) e poi distribuendoli ai destinatari.