Un Natale di maggio

E’ maggio e scrivo un post natalizio? Certo, per me ogni giorno è uguale, e quando sto bene ogni giorno è il giorno giusto per far festa. In fondo la penso come Luca Carboni: o è Natale tutti i giorni, o non è Natale mai.

Credo molto nel simbolismo e nella trasmissione delle memorie attraverso racconti, ricordi di emozioni, perfino oggetti che raccontano una storia solo a chi la conosce e per questo vanno diffusi a coloro che amiamo, che possono comprenderli e farli propri.

La storia di oggi la raccontiamo io e un dolce natalizio: il Tronchetto Cioccolato e Castagne, detto anche Ceppo Natalizio in omaggio alla leggenda da cui prende il nome.

Tronchetto di Natale cioccolato e castagne
Tronchetto di Natale cioccolato e castagne
“Quella del ceppo o ciocco natalizio è una delle più antiche tradizioni: si tratta di un’usanza risalente almeno al XII secolo e che fino al XIX secolo-inizio XX secolo era molto diffusa in Scandinavia, Gran Bretagna, penisole balcanica e iberica. La Vigilia di Natale il capofamiglia, con una particolare cerimonia di buon augurio (in genere un brindisi), bruciava nel camino di casa un grosso tronco di legno, lasciato ardere anche nelle successive dodici notti fino all’Epifania; i resti del ceppo venivano poi conservati, in quanto si attribuivano loro proprietà magiche (si credeva che favorissero il raccolto, l’allevamento, la fertilità delle donne e degli animali, la salute e che proteggesse dai fulmini) e spesso venivano riutilizzati per accendere il ceppo dell’anno successivo. In alcune lingue il termine con cui si indica il ceppo si ritrova nei termini per indicare il Natale (il lituano kalėdos, letteralmente “sera del ceppo”) o la vigilia di Natale (il croato badnjak, che significa anche “ceppo”).

Da questa tradizione deriva anche quella del dolce chiamato ceppo natalizio o tronchetto di Natale, molto diffuso nei Paesi di lingua francese dove è chiamato, come il ceppo, bûche de Noël.”

Oggi non solo la tradizione del ceppo da ardere è poco diffusa, anche il dolce è un po’ dimenticato. Io non ne avevo mai sentito parlare fino a ieri, eppure mi è venuta una gran voglia… più che di mangiarlo di ricrearlo, utilizzando la scintilla del ricordo che mi è stato trasmesso per accendere fuochi… in casa, su internet, ovunque.

Non sono molto bravo nel fare i dolci, che richiedono infinita precisione e tantissimo tempo, ma l’idea è che un giorno, non so dove nè quando, ci voglio provare. Con la compagnia giusta per l’occasione. La parte più bella infatti non è dividersi le fettine del ceppo cioccolatoso castagnoso, ma immergersi nella giornata di preparazione, fra scodelle, bilancini, fruste per impastare, teglie, forni accesi, profumi magici nell’aria.

Nel frattempo… ecco una versione sicuramente non originale ma composta da informazioni raccolte un po’ ovunque, modificata coi miei gusti e la mia immaginazione. E’ maggio, d’accordo, ma a qualcuno magari verrà voglia di prepararlo… il prossimo dicembre o perfino domenica prossima. E se avete in casa un camino… tenete da parte un ceppo per il 24 dicembre…

CEPPO NATALIZIO CIOCCOLATO E CASTAGNE

Ingredienti:

-per la parte esterna-

90 g di farina 00
5 uova
100 g di zucchero
40 g di burro
1 cucchiaio di fecola di patate
2 cucchiai di cacao amaro in polvere
1 bustina di vanillina

-per il ripieno-

300 ml di panna fresca liquida
80 g di zucchero a velo
250 g di purea di castagne
20 g di cacao amaro in polvere

Preparazione:

Lessare le castagne, sbucciarle e passarle in un passaverdure rendendole purea.
Ungere una placca da forno e coprirla con un foglio di carta da forno, poi ungere anche il foglio.
Riempire per metà d’acqua una grossa pentola e metterla sul fuoco; intanto accendete il forno a 200 gradi.
Dividere le uova: gli albumi in una ciotola normale e i tuorli in una ciotola metallica, unire 70 g di zucchero ai tuorli; appena l’acqua inizia a sobbollire, abbassare il fuoco al minimo e mettere la ciotola metallica sulla pentola (non deve toccare l’acqua). Frullare vorticosamente il composto per almeno 5 minuti, finché sarà gonfio e spumoso.
Togliere dal fuoco e tenere da parte, non lasciando la ciotola sulla pentola.
Lavare le fruste del frullatore e montare a neve gli albumi; quando iniziano a solidificarsi unire i 30 g di zucchero rimanente e continuare a montare finché il composto non è compatto e lucido.
Mescolare farina, cacao e fecola ed unirli ai tuorli a pioggia passando al setaccio; unire la vanillina, poi incorporare con cautela gli albumi montati, mescolando dal basso verso l’alto.
Versare il composto sulla placca senza farlo arrivare ai bordi, muovendo lo stampo, senza toccare troppo l’impasto.
Infornare per pochi minuti, da 5 a 10 a seconda del forno, sarà pronto quando la superficie risulterà compatta e spugnosa ma non secca e, se premuta, conserverà l’impronta del dito.
Bagnare uno strofinaccio pulito, strizzarlo bene e stenderlo sul tavolo; rovesciare con delicatezza la pasta ancora calda sullo strofinaccio, staccare la carta forno e arrotolare immediatamente. Lasciate raffreddare completamente in questo modo per due ore.
Versare la panna molto fredda in una ciotola capiente e montare con un frullino elettrico; quando comincia a solidificarsi, unire lo zucchero a velo setacciato a pioggia e continuare a frullare finché la panna è montata. Srotolare la pasta e spalmare la crema di castagne su tutta la superficie, lasciando 2 cm liberi dai bordi.
Fare lo stesso con un quarto della panna montata, poi arrotolare la pasta. Tagliare il salamotto così ottenuto a un quarto della lunghezza, praticando un taglio obliquo.
Mettere la parte più grande sul piatto di portata (protetto con carta da forno) e accostare la parte più piccola (sarà il ramo del tronco); coprire con la panna rimanente.
Con l’aiuto di una forchetta, formare le righe sulla panna a simulare le scanalature del legno; mettere in frigo per tutta la notte coperto da pellicola trasparente.
Prima di servire, spolverare con abbondante cacao amaro e togliere la carta da forno dal piatto.

Epifania e le altre feste

Ho sempre vissuto le festività come pretesto per qualcos’altro, sia quelle pubbliche (Natale, Carnevale, ecc….) sia quelle personali (compleanni, anniversari…). Da piccolo erano un pretesto per gigantesche riunioni familiari e scorpacciate di pietanze preparate soprattutto da mia madre. Da quando mi sono trasferito a Milano… a volte sono state un pretesto per oziare, altre per incontrare persone amiche e passare un po’ di tempo insieme. Ma non ho molti ricordi toccanti, se non piccolissime cose che, guarda caso, rimandano proprio alla festività più sottovalutata di tutte: l’Epifania.

Uno mi ricorda una persona importante, di cui non farò il nome, a cui regalai una befanina fatta in stracci di iuta e con una scopina di rametti di legno: niente di elaborato o di colorato, una roba semplicissima che adorai e che piacque tantissimo anche a quella persona. L’avevo comprata su una bancarella milanese, ma tornandoci per prenderne altre scoprii che erano finite.

Uno mi ricorda uno zio, deceduto da qualche anno, che per me ha rappresentato una forte figura paterna, nonostante i miei difetti e i suoi! Fin da piccolissimo ho sempre saputo che i regali di Natale me li compravano i genitori, invece alla calza piena di dolci della Befana era delegato questo zio. Che intorno al 3 gennaio mi prendeva (suo figlio di rado veniva con noi, certe cose lo annoiavano) e mi portava in un negozietto di dolciumi assortiti, scegliendo e facendomi scegliere. Tornati a casa con chili di cioccolatini, confetti, caramelle ed altra roba, e con una serie di sacchetti a forma di calza, o riciclando calze befanesche degli anni precedenti, riempivamo insieme questi pacchettini per amici e parenti, personalizzandoli (a Tizio non piacevano le caramelle, Caio non amava la cannella, ecc.) e poi distribuendoli ai destinatari.