Siamo tutti individui – La storia di Nicola

Leggevo su Facebook un post condiviso dalla mia amica Francesca Lupo sulle uccisioni in Siria e su quello che dovremmo chiedere a noi stessi.

Da LEFT sulla Siria

La prima domanda che invece io mi faccio è: se fossi nato in Siria o in Venezuela anziché in Italia? La mia vita sarebbe un inferno, o sarei già morto. Ho dei meriti per essere invece tarantino prima e ora milanese? Solo un caso. Come non capire chi fugge verso una vita migliore? Siamo tutti individui sulla faccia della Terra, bisogna industriarsi per evolvere, a cominciare dalla sopravvivenza di tutti, dalle guerre o dalla fame che sia. E sistemare il mondo, pezzo dopo pezzo, in tutti i continenti. Non chiudersi nel proprio staterello e dire CHI SE NE FOTTE del resto.

Io da qualche mese ho conosciuto una persona eccezionale, si chiama Nicola ed è di origine albanese/rumena, due spauracchi per tanta gente. Ce ne fossero invece di più italiani come lui… industrioso, creativo, onesto, generoso… è cresciuto in una zona rurale e ha imparato a fare di tutto in una famiglia poverissima… a un certo punto era impossibile sopravvivere oltre ed ha provato a cercare lavoro in Italia. Non è arrivato con un barcone ma non aveva nulla con se, solo volontà di crearsi una prospettiva di vita. Qui, nonostante il suo carattere taciturno che non piace a tanti, si è sposato, ha un lavoro sicuro, non remuneratissimo ma che lo fa vivere, 1000 euro al mese, avrebbe il talento per ottenere di più con le sue doti ma non è facile riuscirci neppure a Milano. Insomma tutto questo per dire che lui è Uno. Un essere umano. Come me. È albanese/rumeno, ma non rappresenta nessuno, tantomeno gli albanesi o i rumeni in blocco, esattamente come io non posso essere preso a rappresentare “gli italiani”.

E di storie così ne potrei raccontare tante… dai macellai turchi che ho sotto casa e sono persone straordinarie, a un ragazzo cinese di 35 anni che gestisce un negozio emporio da 10 anni facendo il commerciante come un italiano, nella cura del cliente e del suo negozio.

È l’umanità, così bella.

Poi, ci sono i bastardi, come il dittatore siriano Assad… i terroristi… i criminali… esattamente come ovunque. Noi possiamo vantarne una sfilza infinita, da Sindona a Matteo Messina Denaro.

Storie d’amore

Biblioteca di condominio Rembrandt, a Milano in via Rembrandt 12, il piccolo circolo letterario creato da Roberto negli ex locali di una portineria in disuso. Una di quelle cose e una di quelle persone che rendono Milano speciale.

https://www.facebook.com/BibliotecaRembrandt12/posts/606475736190347

Alle 18.05 l’autrice Angela Bevilacqua presenta il suo libro “Dai Pini della Sila alle Guglie del Duomo”, la biografia strabordante d’amore di suo marito Mario morto 6 anni prima.

http://www.ladeaeditori.it/dai-pini-della-sila-alle-guglie-del-duomo.html

Dai Pini della Sila alle guglie del duomo.

Dai Pini della Sila alle guglie del duomo.

Si siedono sul divano di fronte ai 30 spettatori una giovane donna, che farà da presentatrice per la sua prima volta, ed una signora dai capelli bianchissimi ed elegante abito rosso: ha 83 anni ma ne dimostra 10 in meno. Premette che non ha mai fatto una presentazione in pubblico e potrebbe andare tutto storto… invece sarà un successo, è come se Angela non avesse fatto altro nella vita. E’ tanto il suo entusiasmo nel raccontarci del suo Mario che ogni briciola di titubanza scompare e lei al microfono è totalmente a suo agio, per 70 minuti.

Dopo un preambolo della presentatrice, Angela prende la parola e pur senza svelare troppo inizia a raccontare aneddoti, collegamenti, sensazioni, divertissment, ricordi di quello che è l’argomento del libro: il suo Mario, l’amore immenso e perfetto della sua vita per 54 anni.
Il tono gentile e sobrio di Angela, ancora completamente innamorata dell’uomo che ha lasciato un’impronta fortissima in lei, nei suoi figli e nei nipoti, che ancora ha il suo studio intatto in casa, coinvolge emotivamente tutti quanti, nell’aria si crea un’atmosfera magica e tutti vengono rapiti dalla realtà rarissima di un amore così bello, così totalizzante, così speciale, fra due persone dalle origini diverse che s’incontrano come se la natura li avesse creati perfetti l’uno per l’altra.
Angela, figlia di una famiglia milanese da generazioni, radicata nel quartiere Porta Romana dove abita tutt’oggi.
Mario, nato in un paesino della Sila calabrese, decide che vuole crescere e identifica Milano come punto di partenza. Era l’immediato dopoguerra e lui emigra, in anni in cui, nonostante i milanesi abbiano da sempre “il cuore in mano”, c’era tanta diffidenza e difficoltà verso chi proveniva dal sud. Ma lui ha sconfitto ogni perplessità, ha sfondato… da pugile, da imprenditore, da uomo appassionato di cultura, da essere umano.
Un giorno in tram assistette alla scena di un uomo che faceva avance volgari a una ragazza… era Angela. Allontanatolo verbalmente poi le disse, forse inopportunamente in quel frangente, che la trovava molto bella. Lei si chiuse, ma lui nascondendosi la seguì per scoprire dove abitasse. Ne chiese informazioni alla portinaia che gli rispose: “Quella ragazza non va bene per un terùn come te.”
Ma lui non si arrese, continuò a tenerla d’occhio e a tentare con gradualità approcci e corteggiamenti. Un giorno la mostrò da lontano a un suo amico dicendogli: “Quella è la donna che sposerò.” E così accadde.
E’ stata una vita d’altri tempi, con usanze certamente diverse da quelle dei nostri giorni: sposatisi lei smise di lavorare e prese a occuparsi di casa e famiglia, mentre lui pensava ai compiti da “uomo”, con grinta e portando i pantaloni. Ma è tutto da contestualizzare, e allora questo dava a entrambi felicità e realizzazione.
I racconti delle cene da decine di persone per amicizia o relazioni lavorative… un capodanno ospitarono dei russi che si misero a lanciare i loro calici del servizio buono dal balcone, e Angela dovette fare buon viso a cattivo gioco!
Le gite in montagna di Mario, che alla fine della sciata divideva a canna con gli amici una magnum di champagne sepolta ore prima al fresco della neve.
Le cene preparate da Angela, la “Pasta China”, una pasta al forno calabrese ricchissima, più un intero prosciutto crudo e vino rosso, in cui i veri amici di Mario, quasi tutti settentrionali, ci davano dentro fino a stendersi di calorie ed alcol.

http://www.pastaenonsolo.it/pasta-china-pasta-ripiena-al-forno/

Il cartello esposto da Mario in cucina: “Date ascolto al capo”.
La musica lirica e il balletto trasmessi ai due nipoti.
La tradizione del presepe in grande stile, con casette di terracotta, da ricreare ogni anno il 15 dicembre, tradizione che tutt’oggi i nipoti portano avanti.
La citazione eccezionalmente esemplificativa di François de La Rochefoucauld, che spiega quanto intenso fosse il legame di Angela e Mario:

“Il vero amore è come i fantasmi: tutti ne parlano ma sono pochi quelli che lo hanno visto davvero.”

Accompagnata in due pause da medley dei Rolling Stones suonati da un amico libraio, alla fine Angela ha offerto prosecco e rustici, firmato i suoi libri a chi li ha comprati, dato una buona parola a tutti, inclusa una ragazza down deliziosa ed entusiasta.

Mi sono avvicinato ad Angela e, con tranquillità ma molto emozionato, le ho parlato: “Mi permetta di dirle una cosa importante. Grazie, per averci raccontato la storia del suo amore, per me è stata una serata più bella e speciale che mai: da 6 mesi esatti sono insieme alla donna che sposerò, si chiama Irene e lei mi ha fatto vivere il racconto di un’emozione che ha così tanto in comune con quella della mia vita. Grazie infinitamente, Angela.”
E siccome la vita è estremamente divertente oltre che romantica, è successo che Angela stava sbagliando a darmi il resto del costo del libro, trattenendo 10 euro di troppo… è stata dura ma alla fine gliel’ho detto e s’è corretta in corsa!

Angela Bevilacqua a Filippo e Irene.

Angela Bevilacqua a Filippo e Irene.

Se in passato alcune presentazioni sono state belle per averci fatto conoscere dei romanzi eccezionali, come quelli di Elisabetta Cametti, altre presentazioni informative come quella sul Bosco Verticale, il famoso grattacielo milanese, alcune un pizzico malriuscite, questa è stata pura magìa. Grazie Angela per aver condiviso la storia del tuo amore in questo modo fantastico, grazie Roberto perchè riesci ad organizzare e creare piccoli indimenticabili eventi nella tua piccola Biblioteca Rembrandt. E domenica 16 ottobre il protagonista della presentazione sarà Giulio Regeni, la vittima italiana dell’Egitto violento dei mesi scorsi, si preannuncia una serata imperdibile.

Crabarissa, Sardegna

Una tenera storia, un percorso alato che riconduce alle radici sarde, un mondo per me quasi sconosciuto ma estremamente affascinante… a cominciare dal proverbiale carattere dei sardi, fiero e riservato, in cui ho sempre rivisto un pizzico del mio.

Questa è la capinera, un uccellino diffuso in tutta Europa, Sardegna inclusa, le cui femmine hanno la testa marrone/rossiccia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Sylvia_atricapilla

Crabarissa (capinera)

Crabarissa (capinera)

Nel loro sterminato vocabolario pare la chiamino con decine di nomignoli, uno dei quali mi è particolarmente caro: “crabarissa”.

http://www.antoninurubattu.it/rubattu/component/glossary/Dulsi-9/C/capinera-162864/

Il termine ha origine da una scultura naturale in granito alta oltre 50 metri che si trova ad Austis, fra le province di Nuoro ed Oristano, e somiglia a una ragazza in costume tradizionale.

Sa Crabarissa, Austin

Sa Crabarissa, Austin

Ci sarà un legame fra l’uccellino e quella roccia? Stormi di crabarisse orbiteranno attorno allo spuntone come danzatori aerodinamici e colorati, come canta Battiato ne “Gli Uccelli”?…

“Volano gli uccelli volano
Nello spazio tra le nuvole
Con le regole assegnate
A questa parte di universo
Al nostro sistema solare
Aprono le ali
Scendono in picchiata atterrano meglio di aeroplani
Cambiano le prospettive al mondo
Voli imprevedibili ed ascese velocissime
Traiettorie impercettibili
Codici di geometria esistenziale”

Ma il racconto prende una piega leggendaria e drammatica: si racconta che il nome di quella roccia provenga da una fanciulla originaria di Cabras, da cui il termine Crabarissa (Donna di Cabras), che si innamorò di un pastore di Austis conosciuto durante la discesa invernale delle greggi dalle montagne fino alla costa, alla ricerca di pascoli migliori. Si scambiarono doni e la promessa di matrimonio, ma finita la transumanza il pastore ripartì per la montagna e non fece mai ritorno. La ragazza intraprese il lungo viaggio verso la montagna e, giunta ad Austis, trovò il pastore sposato con un altra donna; nel ritorno verso la pianura, rimase pietrificata dal dolore.

http://www.comune.austis.nu.it/index.php?option=com_content&view=article&id=29:sa-crabarissa-completo

Una versione meno straziante ma più banale della leggenda racconta che la ragazza, sposata e stabilitasi ad Austis, incappò in una maledizione. Un giorno mentre ritornava dall’ovile, portando sulla testa un recipiente di sughero pieno di latte, incontrò un pastore affamato che le chiese cosa portasse sulla testa. La ragazza risposte che trasportava pietre, e fu punita dal pastore/stregone che le preannunciò, a causa di quella bugia, che si sarebbe trasformata in pietra.

http://wikimapia.org/18637572/it/Roccia-Sa-Crabarissa

Il folklore attorno alla Crabarissa vive nei racconti e nelle canzoni, come quelle di Serafino Murru… ma mi piace pensare che tutto nasca da quella testolina rossiccia, e che ogni capinera sarda in volo sia un’esca per alzare gli occhi al cielo e pensare che c’è di più.

Un’altra Turchia

Breve premessa: sono innegabili le difficoltà che ogni popolo vive quando è a contatto col “diverso”, sia esso di provenienza geografica, di scelte religiose, culturali o sessuali, anche di semplici abitudini.

Quello che mi ha infastidito dell’articolo che potete leggere qui…

http://www.vice.com/it/read/legge-anti-moschee-lega-nord-milano-corte-costituzionale-583

…che fra l’altro ritrae il quartiere in cui abito, è il tono fra lo scandalistico e il tesissimo che lo pervade, nonostante l’articolo stesso non denunci eventi nefasti o particolari difficoltà d’integrazione degli islamici della zona.

Infatti è proprio questo il punto: sono da molti anni qui, e non ho mai, dico mai, avuto rapporti meno che piacevoli, sereni, integrati con le varie comunità immigrate, sono numerosi soprattutto turchi, egiziani e cinesi.

Fra l’altro proprio oggi sono entrato per la prima volta in una macelleria turca aperta da poco, ho girato un po’, preso cinque cosette che m’ispiravano e che faticherei a trovare altrove, fra cui carne di manzo freschissima ed un tipo di biscotto delizioso: ho speso una cifra irrisoria per gli acquisti fatti, circondato da cortesia e sorrisi costantemente (mi chiamavano “zio milanese”, non chiedetemi perchè, somiglia al “capo” dei mercati ortofrutticoli italiani), insomma, questo è semplicemente vivere, insieme, sullo stesso pianeta. E’ davvero così difficile?

Bushido: mie riflessioni

La vita delle persone, o almeno delle persone mediamente normali, con dei princìpi che si richiamino all’etica condivisa, ai dettami di una religione o magari anche soltanto alla saggezza dei nonni, è stata spesso codificata in regole, decaloghi, manuali da seguire con più o meno costanza.

Io ho smesso da tantissimo di credere e rispondere ai valori cattolici che tiepidamente la mia famiglia mi aveva trasmesso, pur continuando a condividerne parecchi, così mi sento libero di spaziare e confrontarmi con gli spunti più vari, senza abbracciarne completamente nessuno.

Ultimamente ho risentito parlare del Bushido, detto anche La Via della Spada, su cui fra l’altro Roberto Recchioni aveva basato la costruzione della personalità del suo antieroe John Doe. E’ composto da 7 capisaldi che guidavano la vita della casta guerriera giapponese nel 19° secolo, ma codificati già mille anni prima.

Nulla è perfetto ed esistono limiti in ogni cosa, classificabili come contestualizzazioni storiche inevitabili che dipendono dallo stato evolutivo dall’umanità; esempio: Gesù non aveva donne fra i suoi discepoli, perchè in quell’epoca avrebbe distratto dal suo messaggio, già dirompente di suo.

Accanto ad ognuno dei 7 princìpi del Bushido accosto qualche mia considerazione.

“Il Bushido si fonda su sette concetti fondamentali, ai quali il samurai deve scrupolosamente attenersi”

– Già dedicare questi princìpi solo alla casta militare è oggettivamente una limitazione insostenibile per il nostro tempo. Ne erano esclusi contadini, manovali, per non parlare dell’universo femminile.

“Gi: Onestà e Giustizia
Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell’onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.”

– Controverso. Essere onesto sembrerebbe la scelta ideale scontata, ma è davvero così? Si può essere sempre totalmente trasparenti verso chi non lo desidera, a costo di fargli male? Si può essere totalmente diretti quando la tattica, in battaglia o comportamentale, richiede dissimulazione, inganno, sviare l’avversario con un’esca?

“Yu: Eroico Coraggio
Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L’eroico coraggio non è cieco ma intelligente e

forte.”

– Eroismo, coraggio di ergersi sul rumore di fondo della mediocrità e della cautela. Sì, sono d’accordo. Difficilissimo pure questo da mettere in pratica, ma la vedo allo stesso modo.

“Jin: Compassione
L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una. La compassione di un samurai va dimostrata soprattutto nei riguardi delle donne e dei fanciulli.”

– Compassione nel senso di capacità di entrare in empatia con gli altri, sì. Il paternalismo verso donne e bambini un po’ meno, ma qui torniamo al concetto della contestualizzazione storica espresso prima… peccato che anche nel Giappone odierno (e non solo nel Giappone) questo sguardo un po’ superiore ed umiliante verso le donne sia ancora ben vivo in gran parte della popolazione.

“Rei: Gentile Cortesia
I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini. Il miglior combattimento è quello evitato.”

– Mi sovviene l’inchino rituale subito prima di tagliare la testa del nemico con una katana. Genericamente concordo col rispetto da mostrare verso gli altri, ma a volte lo reputo così poco importante nella sostanza degli eventi… c’è tanta differenza fra i criminali del Califfato che bruciano vivi i prigionieri e le esecuzioni sulla sedia elettrica in USA? Formalmente sì, ma alla fine la gente muore comunque.

“Makoto: Completa Sincerità
Quando un Samurai esprime l’intenzione di compiere un’azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l’intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di “dare la parola” né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.”

– Più che completa sincerità l’avrei tradotto mantenere la parola data… un gran bel principio che si scontra, nella vita reale, con le cause di forza maggiore e con i fattori esterni che cambiano e ci chiedono di comportarci in maniera diversa da come avevamo preventivato. E’ davvero incoerenza? Bisogna seguire fino in fondo quanto si era affermato, pur coscienti che farebbe del male a noi stessi e agli altri?

“Meiyo: Onore
Vi è un solo giudice dell’onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.”

– Ognuno è il proprio giudice di se stesso? Questo princìpio sembra sfiorare l’anarchia… il rifiuto di istituzioni rappresentative costituite, fosse anche un semplice saggio del villaggio che dirime le contestazioni fra abitanti. Molto individualista, molto assoluto, presupporrebbe un rispetto rigido e coerente che l’essere umano, secondo me, non è in grado di garantire, in particolare se cerchiamo di applicare il tutto a miliardi di persone e non a pochi addestrati samurai.

“Chugi: Dovere e Lealtà
Per il Samurai compiere un’azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.”

– Fedeltà a un princìpio o ad una persona… bello, teoricamente molto bello, un concetto così definitivo. Però… che succede quando questa lealtà va a cozzare con ciò che è giusto per coloro verso cui non si è prestato alcun giuramento? E’ bello infischiarsene solo perchè ci sono meno vicini della persona da proteggere? E se questa lealtà cozzasse con uno degli altri princìpi, come l’assoluta sincerità? Se il nostro protetto ci chiedesse di mentire su qualcosa, quale delle due regole dovremmo seguire?

Domande, dubbi, filosofia… meravigliosamente affascinante!

Un Natale di maggio

E’ maggio e scrivo un post natalizio? Certo, per me ogni giorno è uguale, e quando sto bene ogni giorno è il giorno giusto per far festa. In fondo la penso come Luca Carboni: o è Natale tutti i giorni, o non è Natale mai.

Credo molto nel simbolismo e nella trasmissione delle memorie attraverso racconti, ricordi di emozioni, perfino oggetti che raccontano una storia solo a chi la conosce e per questo vanno diffusi a coloro che amiamo, che possono comprenderli e farli propri.

La storia di oggi la raccontiamo io e un dolce natalizio: il Tronchetto Cioccolato e Castagne, detto anche Ceppo Natalizio in omaggio alla leggenda da cui prende il nome.

Tronchetto di Natale cioccolato e castagne

Tronchetto di Natale cioccolato e castagne

“Quella del ceppo o ciocco natalizio è una delle più antiche tradizioni: si tratta di un’usanza risalente almeno al XII secolo e che fino al XIX secolo-inizio XX secolo era molto diffusa in Scandinavia, Gran Bretagna, penisole balcanica e iberica. La Vigilia di Natale il capofamiglia, con una particolare cerimonia di buon augurio (in genere un brindisi), bruciava nel camino di casa un grosso tronco di legno, lasciato ardere anche nelle successive dodici notti fino all’Epifania; i resti del ceppo venivano poi conservati, in quanto si attribuivano loro proprietà magiche (si credeva che favorissero il raccolto, l’allevamento, la fertilità delle donne e degli animali, la salute e che proteggesse dai fulmini) e spesso venivano riutilizzati per accendere il ceppo dell’anno successivo. In alcune lingue il termine con cui si indica il ceppo si ritrova nei termini per indicare il Natale (il lituano kalėdos, letteralmente “sera del ceppo”) o la vigilia di Natale (il croato badnjak, che significa anche “ceppo”).

Da questa tradizione deriva anche quella del dolce chiamato ceppo natalizio o tronchetto di Natale, molto diffuso nei Paesi di lingua francese dove è chiamato, come il ceppo, bûche de Noël.”

Oggi non solo la tradizione del ceppo da ardere è poco diffusa, anche il dolce è un po’ dimenticato. Io non ne avevo mai sentito parlare fino a ieri, eppure mi è venuta una gran voglia… più che di mangiarlo di ricrearlo, utilizzando la scintilla del ricordo che mi è stato trasmesso per accendere fuochi… in casa, su internet, ovunque.

Non sono molto bravo nel fare i dolci, che richiedono infinita precisione e tantissimo tempo, ma l’idea è che un giorno, non so dove nè quando, ci voglio provare. Con la compagnia giusta per l’occasione. La parte più bella infatti non è dividersi le fettine del ceppo cioccolatoso castagnoso, ma immergersi nella giornata di preparazione, fra scodelle, bilancini, fruste per impastare, teglie, forni accesi, profumi magici nell’aria.

Nel frattempo… ecco una versione sicuramente non originale ma composta da informazioni raccolte un po’ ovunque, modificata coi miei gusti e la mia immaginazione. E’ maggio, d’accordo, ma a qualcuno magari verrà voglia di prepararlo… il prossimo dicembre o perfino domenica prossima. E se avete in casa un camino… tenete da parte un ceppo per il 24 dicembre…

CEPPO NATALIZIO CIOCCOLATO E CASTAGNE

Ingredienti:

-per la parte esterna-

90 g di farina 00
5 uova
100 g di zucchero
40 g di burro
1 cucchiaio di fecola di patate
2 cucchiai di cacao amaro in polvere
1 bustina di vanillina

-per il ripieno-

300 ml di panna fresca liquida
80 g di zucchero a velo
250 g di purea di castagne
20 g di cacao amaro in polvere

Preparazione:

Lessare le castagne, sbucciarle e passarle in un passaverdure rendendole purea.
Ungere una placca da forno e coprirla con un foglio di carta da forno, poi ungere anche il foglio.
Riempire per metà d’acqua una grossa pentola e metterla sul fuoco; intanto accendete il forno a 200 gradi.
Dividere le uova: gli albumi in una ciotola normale e i tuorli in una ciotola metallica, unire 70 g di zucchero ai tuorli; appena l’acqua inizia a sobbollire, abbassare il fuoco al minimo e mettere la ciotola metallica sulla pentola (non deve toccare l’acqua). Frullare vorticosamente il composto per almeno 5 minuti, finché sarà gonfio e spumoso.
Togliere dal fuoco e tenere da parte, non lasciando la ciotola sulla pentola.
Lavare le fruste del frullatore e montare a neve gli albumi; quando iniziano a solidificarsi unire i 30 g di zucchero rimanente e continuare a montare finché il composto non è compatto e lucido.
Mescolare farina, cacao e fecola ed unirli ai tuorli a pioggia passando al setaccio; unire la vanillina, poi incorporare con cautela gli albumi montati, mescolando dal basso verso l’alto.
Versare il composto sulla placca senza farlo arrivare ai bordi, muovendo lo stampo, senza toccare troppo l’impasto.
Infornare per pochi minuti, da 5 a 10 a seconda del forno, sarà pronto quando la superficie risulterà compatta e spugnosa ma non secca e, se premuta, conserverà l’impronta del dito.
Bagnare uno strofinaccio pulito, strizzarlo bene e stenderlo sul tavolo; rovesciare con delicatezza la pasta ancora calda sullo strofinaccio, staccare la carta forno e arrotolare immediatamente. Lasciate raffreddare completamente in questo modo per due ore.
Versare la panna molto fredda in una ciotola capiente e montare con un frullino elettrico; quando comincia a solidificarsi, unire lo zucchero a velo setacciato a pioggia e continuare a frullare finché la panna è montata. Srotolare la pasta e spalmare la crema di castagne su tutta la superficie, lasciando 2 cm liberi dai bordi.
Fare lo stesso con un quarto della panna montata, poi arrotolare la pasta. Tagliare il salamotto così ottenuto a un quarto della lunghezza, praticando un taglio obliquo.
Mettere la parte più grande sul piatto di portata (protetto con carta da forno) e accostare la parte più piccola (sarà il ramo del tronco); coprire con la panna rimanente.
Con l’aiuto di una forchetta, formare le righe sulla panna a simulare le scanalature del legno; mettere in frigo per tutta la notte coperto da pellicola trasparente.
Prima di servire, spolverare con abbondante cacao amaro e togliere la carta da forno dal piatto.

Di Coelho e della leggenda del filo rosso

Non ho mai amato Coelho, ho provato a leggere due dei suoi libri più famosi ma hanno qualcosa che non è nelle mie corde… forse troppo espliciti, troppo al limite dell’esoterismo interiore.

Ieri però cercavo in rete dettagli su una storia di cui avevo appena sentito parlare… la leggenda cinese del filo rosso, e sono incappato in un pensiero proprio di Coelho che ne da un’interpretazione particolare.

La leggenda, che parla di predestinazione e amore romantico, in se appare sempliciotta, non mi fa impazzire… ma il suo approfondimento merita una riflessione.

“Dicono che durante tutta la nostra vita abbiamo due grandi amori: uno è quello con cui ci si sposa e si vive per sempre, e che forse sarà il padre o la madre dei nostri figli… quella persona con la quale si ha la massima compenetrazione e si desidera passare il resto della vita.
E dicono che esista un secondo grande amore, una persona che perderemo sempre. Qualcuno al quale siamo legati dalla nascita, talmente legati che le forze della chimica sfuggendo alla ragione gli impediranno, sempre, di avere un lieto fine. Finché un giorno entrambi smettono di provarci… si arrendono e iniziano a cercare l’altra persona che alla fine troveranno.
Ma vi assicuro che non passerà una sola notte senza bisogno di un altro suo bacio, o almeno di discutere una volta ancora.”

Non ho interpretazioni univoche da offrire, e nemmeno sento di condividere in pieno questa sorta di yin e yang dell’innamoramento, è però uno di quei dilemmi filosofici che mi son sempre divertito a smontare e smentire a modo mio!

Insomma, concludendo… confermo la mia prima impressione su Coelho: io e lui viaggeremo sempre su strade di pensiero che non s’incontreranno mai, ma stavolta lo ringrazio per lo stimolo a rimuginare sui massimi sistemi… è una cosa che adoro!

Infinite diversità in infinite combinazioni

Tempo fa, in circostanze molto diverse da quelle di oggi, scrissi una riflessione su uno dei princìpi etici in cui credo. Visto che molti mi fanno gli auguri di Pasqua ed io non so bene come replicare non sentendo la Pasqua alla maniera cattolica, rispondo idealmente offrendo una parte dei miei pensieri, stavolta una parte molto… luminosa.

PS: grazie a Irene per lo stimolo!

*****

IDIC e Logica

Infinite diversità in infinite combinazioni.
Precetto vulcaniano, Star Trek

Se qualcuno mi chiedesse in cosa credo, non potrei citare uno specifico dio, nè una vera bibbia di riferimento, nè religiosa nè filosofica, ma credo in princìpi etici ben definiti.

Due di questi sono esemplificati perfettamente nell’universo narrativo di Star Trek, tramandati sul pianeta Vulcano come onnipresenti guide che da secoli rendono prospera la vita di quella specie: la Logica e l’IDIC, uno complemento dell’altro.

Senza l’IDIC, la Logica indurrebbe i Vulcaniani all’isolazionismo, evitando contatti con tutte le specie aliene che non abbracciano la stessa filosofia. Senza la Logica, abbracciare completamente l’IDIC significherebbe contaminare la propria diversità, smarrendola. Come l’atteggiamento da tenere verso il male (discrimina chi discrimina, difendi l’aggredito) l’approccio verso IDIC e Logica è analogo: ama e sposa la diversità di chi crede negli stessi principi universali, usa con gli altri lo stesso approccio che vorresti fosse usato con te.

Nel film Star Trek: The Motion Picture, uno dei protagonisti dell’equipaggio dell’Enterprise, il Vulcaniano Spock, chiede di tornare a bordo per aiutarli in una difficile missione di salvataggio del pianeta Terra. Da anni aveva lasciato il suo incarico per ritirarsi su Vulcano ed intraprendere un cammino ascetico che l’avrebbe portato a raggiungere il Kolinahr, la soppressione completa delle emozioni ed il perseguimento della pura logica. Aveva fallito, senza capire il perchè, ed è frustrato per tutto il film. Aiuta i suoi colleghi a risolvere la minaccia incombente, finchè alla fine aver ritrovato coloro che nemmeno riusciva più a chiamare amici, gli svela che non era riuscito a raggiungere il Kolinahr proprio perchè oltre la logica c’è di più, e lo spiega al Capitano Kirk stringendogli le mani: il contatto. L’altro. Il diverso, ed il combinarsi con esso.

Folgorazioni 1988/2016

Folgorazioni (bozzetto)

Folgorazioni (bozzetto)

Folgorazioni - 11-3-2016

Folgorazioni – 11-3-2016

FOLGORAZIONI

Nascono per caso, ma hanno bisogno di ingredienti (grazie Antonietta e Flaviano per carta e pastelli) e di una cucina pronta all’uso (il bagaglio della propria vita). Venerdì mattina, mentre iniziavo la mia terapia in ospedale, ho mescolato il tutto e…

Folgorazioni 1988/2016

Si sa come succede: guardi un oggetto o un volto fra la folla, ascolti una canzone, capti un profumo unico e sei folgorato! Quel colpo di fulmine che capita poche volte e su cui, se hai talento e furbizia, ci costruisci un impero.

Dicono che Ligabue abbia basato tutta la carriera di cantante sugli stessi due o tre accordi arrangiati in tanti modi. Ma pure Marcel Proust, senza il simbolismo dei suoi dolcetti, memoria di rimpianti e rimorsi, sarebbe molto meno famoso di com’è.

A volte è piacevole e autoanalitico risalire all’origine della propria folgorazione, e la mia, da cui discende l’essenza di chi sono oggi, risale ad una domenica d’autunno del 1988, quando il 16enne che ero accettò l’invito di uno strano compagno di classe e andò a trovarlo a casa, per… esplorare nuovi orizzonti.

Quell’adolescente era solo fango grezzo, fremente d’essere forgiato. In quella domenica l’incontro transitorio di due mondi lontani, poi rivelatisi inconciliabili, fece da scintilla sulla pietra focaia e mi accese.

27 anni dopo, in una mattina stagnante, tutto dentro me divampa della fiamma accesa quel giorno: un foglio e dei pastelli, un bozzetto di Paint, una serie di canzoni, un mosaico di oggetti.

Uno specchio ovale alto due metri con intarsi antichi, dominante al centro della stanza come un gigantesco portale a cui mai avvicinarsi perchè la mano di una megera potrebbe uscirne, stringerci il collo e risucchiarci in una dimensione spaventosa.

Un’alice, riferimento ittico solo per chi ignora la protagonista della colonna sonora della mia vita. Più che nome di donna, di un mondo nato quasi 30 anni fa dalle ceneri di una ragazzetta in cerca di gloria a Castrocaro, trovata e cesellata in diamante da Battiato, Messina e altre divinità.

Una torre antica, con il tetto bombato di un serbatoio d’acqua piovana a ricordare un soldato nazista, e all’interno una principessa che spera d’esser salvata. La torre ha forma di Dalek, personaggio di fantascienza che simboleggia costrizione, disumanità, male senza scopo nè interesse.

A far da collante al bazar mentale del quale ho fotografato solo poche cianfrusaglie, le parole di una folgore cantata da Alice: Laura degli Specchi.

Laura vive guardando sè stessa
la vita in rosa
in una casa tutta di specchi
si è rinchiusa
e lei non ha pensieri
non ha mai giorni neri
non conosce veri amori mai

Laura è così perché è stata ferita
un gabbiano in volo
proprio da chi l’aveva capita
per un attimo solo
e lui l’aveva usata
e poi l’aveva gettata via
e non è più volata via

E da allora canta sempre
la stessa melodia
una canzone d’amore in la minore
che è la nota della malinconia

E da allora canta sempre
la stessa melodia
una canzone d’amore che la fa sognare
che qualcuno se la porti via

E un giorno un poeta si trovava a passare
e la sentì cantare
in quella casa tutta di specchi
cercò di entrare
ma non c’eran porte nè finestre aperte
però da qualche parte un sistema ci sarà
e lui lo troverà

Con una tromba tutta d’oro
tu troverai la chiave del tesoro
con un accordo in la maggiore
potrai spezzar l’incanto del suo cuore

[…specchio infranto…]

UN BUCO NEL PAVIMENTO – di Filippo Simone

Pavimento con buco.

Pavimento con buco.

Un buco nel pavimento. Un rettangolo scarnificato di 28 mattonelle, sbriciolate da una barella evidentemente pesantissima che i paramedici introdussero dalla finestra all’alba del 19 ottobre 2013, per venire a soccorrermi. Doveva essere proprio un catafalco di ghisa, arnese di decenni passati, per divellere un normale pavimento… fortuna che al di sotto spuntava una serie di mattoni in pietra, grezzi ma bellissimi, probabili vittime di una ricopertura inutile, e non uno squarcio che mi collegasse con l’appartamento del piano di sotto. Se tutto questo vi ricorda la trama di un film di Tsai Ming-Liang (The Hole), sappiate che per fortuna l’epilogo è meno drammatico… anche se un po’ triste: il vecchio rustico di mattoni pietrosi scompare di nuovo, ricoperto da… questo lo scoprirete alla fine!

Ma torniamo indietro di qualche ora.

Era tempo ormai che stavo male, mi sentivo sempre più debole e affaticato, uscivo pochissimo e rifiutavo di confidarmi con chiunque potesse scuotermi o accorgersi del mio stato. Non sapevo del linfoma all’origine dei miei problemi, ma ero consapevole di quelli relazionali. In sequenza nel giro di pochi mesi: la morte della mia mamma, la perdita del lavoro, la rottura definitiva con la donna a cui pensavo come il mio amore eterno, il tentato suicidio di mio padre a cui seguì la rottura completa e insanabile dei rapporti… mi sprofondarono in un tunnel di demotivazione e isolamento da cui, paradossalmente, l’esplosione della malattia creò la breccia per aiutarmi a uscire.

La sera del 18 ottobre mi depositai sul letto, sperando di dormire e riuscire a rialzarmi il mattino dopo, ma invece in piena notte mi accorsi di essere fradicio di sangue e umori. I linfonodi gonfi sotto la gola e sulle gambe erano esplosi, e mi ritrovai in un letto zuppo e infetto, in più non riuscivo ad alzarmi, dalla vita in giù ero paralizzato. Anche solo avvicinarmi al tavolino per chiedere aiuto sembrava un’impresa, infatti mi gettai per terra trascinandomi, fra dolori e difficoltà inimmaginabili.

Gli spaccapavimenti arrivarono di lì a poco, ma non potendo aprirgli la porta li costrinsi a usare una sorta di gru per entrare dalla finestra. Erano nell’altra stanza, perciò non li vidi sbarcarre coi loro attrezzi e sradicare le mattonelle, fu una di loro a dirmi che c’era stato un piccolo danneggiamento, ma in quel momento non poteva importarmene di meno.

Rividi casa solo molti mesi dopo, scoprendo il buco ancora ricoperto dai cocci.

Aspettai però di tornare ad abitarci stabilmente per allertare un artigiano e fare una serie di lavoretti. L’incaricato si chiamava Hassan, e il primo giorno di lavoro, dopo aver sistemato prese elettriche ed altre cosette, ripulì il buco nel pavimento. Che però sarebbe rimasto lì ancora per mesi a farmi compagnia e divertire gli ospiti! Infatti, qualche giorno dopo Hassan fu ricoverato per problemi cardiaci, a cui è seguita una lunga convalescenza ancora in corso.

Trascorsero estate e autunno, ed una frattura e due interventi chirurgici dopo ripensai al buco nel pavimento: decisi di incaricare un altro artigiano di concludere l’opera. Una bazzecola penserete, un po’ di cemento colloso e il gioco è fatto. Peccato che a lavoro finito due mattoni si staccarono… la coda comunque fu breve, un conoscente di passaggio in casa si offrì di sistemarle e lo fece in due minuti.

La sorpresa finale? Non penserete che a distanza di decenni avrei potuto trovare delle mattonelle identiche a quelle rotte! Impossibile, infatti ho riutilizzato quelle di scorta che avevo in casa, diversissime, e come vedete nella foto il risultato è un vero patchwork!

Pavimento patchwork.

Pavimento patchwork.

-Ringraziamenti-

A tutti gli amici che continuano ad incitarmi a scrivere, rispondo… abbiate pazienza: quando l’ispirazione, il coraggio e il desiderio s’incontrano, può nascere di tutto, anche cose insolite come questo raccontino! E poi vi tocca leggerli!

Alla mia amica Simona, che mi ha espressamente richiesto, con la sua sfacciataggine che adoro follemente, di scrivere un racconto con protagonista il pavimento di casa mia!