UN BUCO NEL PAVIMENTO – di Filippo Simone

Pavimento con buco.
Pavimento con buco.

Un buco nel pavimento. Un rettangolo scarnificato di 28 mattonelle, sbriciolate da una barella evidentemente pesantissima che i paramedici introdussero dalla finestra all’alba del 19 ottobre 2013, per venire a soccorrermi. Doveva essere proprio un catafalco di ghisa, arnese di decenni passati, per divellere un normale pavimento… fortuna che al di sotto spuntava una serie di mattoni in pietra, grezzi ma bellissimi, probabili vittime di una ricopertura inutile, e non uno squarcio che mi collegasse con l’appartamento del piano di sotto. Se tutto questo vi ricorda la trama di un film di Tsai Ming-Liang (The Hole), sappiate che per fortuna l’epilogo è meno drammatico… anche se un po’ triste: il vecchio rustico di mattoni pietrosi scompare di nuovo, ricoperto da… questo lo scoprirete alla fine!

Ma torniamo indietro di qualche ora.

Era tempo ormai che stavo male, mi sentivo sempre più debole e affaticato, uscivo pochissimo e rifiutavo di confidarmi con chiunque potesse scuotermi o accorgersi del mio stato. Non sapevo del linfoma all’origine dei miei problemi, ma ero consapevole di quelli relazionali. In sequenza nel giro di pochi mesi: la morte della mia mamma, la perdita del lavoro, la rottura definitiva con la donna a cui pensavo come il mio amore eterno, il tentato suicidio di mio padre a cui seguì la rottura completa e insanabile dei rapporti… mi sprofondarono in un tunnel di demotivazione e isolamento da cui, paradossalmente, l’esplosione della malattia creò la breccia per aiutarmi a uscire.

La sera del 18 ottobre mi depositai sul letto, sperando di dormire e riuscire a rialzarmi il mattino dopo, ma invece in piena notte mi accorsi di essere fradicio di sangue e umori. I linfonodi gonfi sotto la gola e sulle gambe erano esplosi, e mi ritrovai in un letto zuppo e infetto, in più non riuscivo ad alzarmi, dalla vita in giù ero paralizzato. Anche solo avvicinarmi al tavolino per chiedere aiuto sembrava un’impresa, infatti mi gettai per terra trascinandomi, fra dolori e difficoltà inimmaginabili.

Gli spaccapavimenti arrivarono di lì a poco, ma non potendo aprirgli la porta li costrinsi a usare una sorta di gru per entrare dalla finestra. Erano nell’altra stanza, perciò non li vidi sbarcarre coi loro attrezzi e sradicare le mattonelle, fu una di loro a dirmi che c’era stato un piccolo danneggiamento, ma in quel momento non poteva importarmene di meno.

Rividi casa solo molti mesi dopo, scoprendo il buco ancora ricoperto dai cocci.

Aspettai però di tornare ad abitarci stabilmente per allertare un artigiano e fare una serie di lavoretti. L’incaricato si chiamava Hassan, e il primo giorno di lavoro, dopo aver sistemato prese elettriche ed altre cosette, ripulì il buco nel pavimento. Che però sarebbe rimasto lì ancora per mesi a farmi compagnia e divertire gli ospiti! Infatti, qualche giorno dopo Hassan fu ricoverato per problemi cardiaci, a cui è seguita una lunga convalescenza ancora in corso.

Trascorsero estate e autunno, ed una frattura e due interventi chirurgici dopo ripensai al buco nel pavimento: decisi di incaricare un altro artigiano di concludere l’opera. Una bazzecola penserete, un po’ di cemento colloso e il gioco è fatto. Peccato che a lavoro finito due mattoni si staccarono… la coda comunque fu breve, un conoscente di passaggio in casa si offrì di sistemarle e lo fece in due minuti.

La sorpresa finale? Non penserete che a distanza di decenni avrei potuto trovare delle mattonelle identiche a quelle rotte! Impossibile, infatti ho riutilizzato quelle di scorta che avevo in casa, diversissime, e come vedete nella foto il risultato è un vero patchwork!

Pavimento patchwork.
Pavimento patchwork.

-Ringraziamenti-

A tutti gli amici che continuano ad incitarmi a scrivere, rispondo… abbiate pazienza: quando l’ispirazione, il coraggio e il desiderio s’incontrano, può nascere di tutto, anche cose insolite come questo raccontino! E poi vi tocca leggerli!

Alla mia amica Simona, che mi ha espressamente richiesto, con la sua sfacciataggine che adoro follemente, di scrivere un racconto con protagonista il pavimento di casa mia!

Tutti noi siamo quello che scegliamo di essere

Il giorno che capii di sentirmi Romulano

Jarok e Picard
Jarok e Picard

La data precisa è dispersa nella mia memoria, ma con tutta probabilità era il pomeriggio di un giorno feriale, e su Italia 1 davano gli episodi del telefilm “Star Trek: The Next Generation”.

Conoscevo già i Romulani, dalla serie classica di Kirk e Spock, e li avevo intravisti anche negli episodi precedenti di TNG. Mi affascinavano per la loro ambiguità, l’aria di mistero che li rendeva tanto simili agli Umani scaltri e doppiogiochisti più che ai Vulcaniani con cui condividevano ascendenze e orecchie a punta.

Poi arrivò quest’episodio, “Il Disertore”, con il personaggio dell’ammiraglio Jarok che mi colpì profondamente. E fu mio. E io divenni Romulano. Per sempre, anche se un’approfondita conoscenza dell’universo trek, sviluppata successivamente, mi suggerirebbe una più intensa somiglianza con la specie El Auriana.

Ma non me ne importa niente: tutti noi siamo quello che scegliamo di essere.

Leggetevi questo breve dialogo fra Jarok ed il Capitano Picard, e provate a pensare a quello che sta accadendo adesso in territorio siriano. Non tutti gli uomini sono capaci, ad un certo punto, di aprire gli occhi ed il cuore e cambiare… come ha fatto lui.

La sceneggiatura dell’intero episodio

HADEN [sul monitor]: Capitano, ci hanno confermato che sta trattenendo l’ammiraglio Alidar Jarok. E ‘stato identificato come il comandante della strage agli avamposti Norkan. Il Consiglio raccomanda vivamente di considerare Jarok una fonte inaffidabile di informazioni.
PICARD: Portatelo qui.
(Jarok entra con una guardia)
PICARD: Guardiamarina, vuol aspettare fuori? Si sieda, ammiraglio Jarok.
Jarok: Capitano, non c’è più tempo.
PICARD: Ammiraglio, si sieda. Vede, io non sono convinto che stia dicendo la verità.
Jarok: Che cosa devo fare?
PICARD: Deve convincermi. Se avessi avuto la prova inconfutabile? Ma non ha portato prove inconfutabili. Non ha portato alcuna prova. Ora, qui, non è l’uomo che aveva detto di essere. Ammiraglio, la sua credibilità è labile oltre ogni immaginazione. Un disertore Romulano è quasi una contraddizione in termini. Ma l’ammiraglio Jarok che attraversa le linee?
Jarok: Ho spiegato i miei motivi nei vostri interrogatori.
PICARD: Sì, sì, sì, sì, sì. La pace nella nostra galassia. Tranne, ammiraglio, che lei non è un uomo di pace. Il suo record militare, quello che conosciamo, è chiaro.
Jarok: E’ proprio per questo che ho scelto un’identità alternativa.
PICARD: I massacri negli avamposti Norkan, per esempio.
Jarok: Quelli che lei chiama massacri sono stati chiamati la Campagna Norkan sul ​​mio mondo, capitano. Macellaio in un mondo è l’eroe in un altro mondo. Forse io non sono né uno nè l’altro.
PICARD: Su quali basi, Ammiraglio, dovrei decidere? La sua parola? E’ disposto ad aiutarci a sopraffare vascelli da guerra Romulani che potremmo incontrare? E’ pronto ad aiutarci a rilevarli attraverso i loro sistemi di occultamento? Vede il mio problema, ammiraglio. Ci chiede fiducia in circostanze che sono quasi impossibili da credere, aggravate da bugie e dal suo rifiuto di dire tutto quello che sa.
Jarok: Non posso tradire il mio popolo.
PICARD: Ha già tradito il suo popolo, ammiraglio. Ha fatto la sua scelta, signore. E’ un traditore. Ora, se il sapore amaro di ciò le è sgradevole, mi dispiace davvero. Ma non voglio rischiare la vita del mio equipaggio, sul confine della Zona Neutrale.
Jarok: Ha figli, capitano Picard? Una famiglia?
PICARD: No.
Jarok: Allora ha sacrificato troppo per la sua carriera.
PICARD: Sì, tutto questo è molto interessante.
Jarok: Arriva un momento nella vita di un uomo del tutto inaspettato. Quando guarda il primo sorriso della sua bambina e si rende conto che deve cambiare il mondo per lei. Per tutti i bambini. E’ per lei che sono qui. Non per distruggere l’Impero Romulano, ma per salvarlo. Per mesi, ho cercato disperatamente di convincere il Comando che un’altra guerra avrebbe distrutto l’Impero. Si sono stancati delle mie argomentazioni. Alla fine mi hanno censurato, assegnato al comando di settori lontani. Questa era la mia unica possibilità. Non potrò mai vedere la mia bambina sorridere di nuovo. Lei crescerà credendo che suo padre è un traditore. Ma crescerà. Se si agisce, Picard. Se fermiamo la guerra prima che inizi.
PICARD: Non posso. E non lo farò. Se non ho cooperazione inequivocabile.
[Sala osservazione]
PICARD: L’ammiraglio Jarok mi ha fornito luoghi, punti di forza e piani tattici della flotta Romulana. Signor La Forge, è pronto a darci i dati riguardo motori, armi e sistemi di occultamento delle loro navi stellari.

Lezioni di grammatica

Nonostante molti facciano ancora errori madornali, come il “piuttosto che” usato come un “oppure”, leggo e sento spesso giornalisti e persone comuni che li stigmatizzano, invece c’è un errore che vedo fare spessissimo, anche da insospettabili come politici, giornalisti, personaggi tv, e nessuno che interviene a bacchettare, se non la persona almeno l’orrore grammaticale.

Trovate l’errore in questa frase (la soluzione sotto):
“La maggior parte dei pomodori venduti nei supermercati sono senza sapore.”

A volte mi autochiedo perchè mi dia così fastidio notarlo… forse perchè ho la fortuna di aver assimilato benissimo la grammatica nei primi anni di scuola, non so… ma non vedo l’ora che un Saviano, un Buttafuoco, un Gramellini, un Augias a caso salti su a farlo notare, da qualche parte.

-Analisi logica-

“La maggior parte”: soggetto
“dei pomodori”: complemento di specificazione
“è”: predicato verbale, che va sempre declinato con il soggetto e non con il complemento di specificazione
“senza sapore”: complemento di modo.

“venduti nei supermercati”: frase secondaria dipendente dalla principale, con soggetto sottinteso I QUALI, verbo semisottinteso VENGONO VENDUTI, complemento di luogo NEI SUPERMERCATI.

Innamorato del calcio del Chino Recoba

Alvaro Recoba, el Chino.
Alvaro Recoba, el Chino.

Alvaro Recoba, con l’accento sulla prima A perchè uruguayano e non italiano, ex calciatore di Inter, Venezia, Danubio e Nacional fra le altre, è l’emblema del calcio per chi ama il calcio in se, per chi impazzisce per il gesto tecnico ancor più che per la propria squadra del cuore.

Il suo piede sinistro era all’altezza di quello di Maradona, non altrettanto la sua caparbietà, l’impegno negli allenamenti, la genialità tattica, e per questi motivi ha avuto una carriera molto inferiore alle sue potenzialità. All’età di 17 anni il ragazzino esordì nel Danubio e realizzò un gol partendo dalla sua metà campo e dribblando tutti: vi ricorda qualcosa?

I suoi gol acerbi finirono in una videocassetta che il procuratore Paco Casal fece girare in Europa, e fece innamorare la famiglia Moratti. Nell’estate del 1997 arrivò a Milano, come una delle tante giovanissime scommesse di rado azzeccate dai Moratti, tanta passione e poca programmazione. Ma quell’estate Recoba e gli altri godettero dell’ombrello riparatorio ideale: insieme a loro arrivò da Barcellona il fenomeno Ronaldo, un crack mondiale che in seguito avrebbe vinto palloni d’oro. Lui sì, Recoba invece…

Eppure nella prima giornata di campionato, in cui Ronaldo esordì bene ma non segnò, a mezz’ora dalla fine entrò il “Chino” Recoba, soprannominato così per i suoi occhi a mandorla. L’Inter perdeva in casa col Brescia 1-0, la palla arrivò al Chino a 40 metri dalla porta, se l’aggiustò col destro e insaccò con un bolide all’incrocio. Passarono cinque minuti e, su punizione da 30 metri all’incrocio, raddoppiò.

Un esordio stellare a cui, per colpe non solo sue, è seguita una stagione altalenante, come quasi tutte dei suoi 19 anni di carriera.

Eppure, per un innamorato quale io ero, pur non avendolo mai avuto nella mia Sampdoria, poter guardare e riguardare un suo gol su punizione, su pallonetto da centrocampo, su tiro dal limite, su dribbling in un fazzoletto con tiro-beffa per il portiere, è stato un privilegio aver potuto godere dei suoi lampi, ed è stata una sofferenza pensare a quel che avrebbe potuto regalarci se…

Da trentanovenne, nel suo ultimo anno al Nacional, ha concluso dispensando emozioni, quasi che l’anzianità sportiva insieme al ritorno in patria gli avessero regalato un po’ di quel senso della leadership che gli è sempre mancato.

Molti di noi hanno un vecchio zio brontolone che rimpiange il grande Torino, l’Inter di Mazzola, la Juve di Charles e Sivori, con malcelato sdegno verso il dio denaro che oggi i calciatori adorano. Beh, il Chino avrà pure accumulato un bel gruzzolo in banca, ma gli importavano soltanto la siesta, l’amore per la famiglia e l’effetto da dare al pallone in base alla distanza e all’angolo scelto in cui insaccarla.

Vi lascio due articoli di altri due innamorati.

Un monumento al Chino Recoba

El Chino Recoba, il brutto anatroccolo

La Valigia dei Ricordi

Nel grigio delle strade e dei cieli umidicci di smog e malumori, a volte noi esseri umani riusciamo a generare scintille di eternità. Se nella frenesia delle nostre giornate lavorative, dei nostri impicci familiari, volgiamo lo sguardo a chi ci sta accanto con disinteressato affetto, capita che ci venga in mente di tramandare, a pronipoti e posteri, la memoria di storie vissute con intensità e ingenuità, il ricordo di vite diverse in contesti storici lontani, le testimonianze di nonni e vecchi zii, le cui parole profumano di mogano e ammoniaca dei biscotti, foglie di prezzemolo bagnate e risate salate fino alle lacrime.

Patrizia, Tullio e gli altri amici della Paloma 2000, fra le molteplici attività sociali della loro cooperativa, hanno ideato l’iniziativa La Valigia dei Ricordi, un modo per sconfiggere l’oblìo del tempo, preservare e tramandare sensazioni, emozioni e sentimenti che una vita, vicina alla sua fine, ha insegnato e regalato a figli, nipoti e amici, durante il suo tempo terreno. I ricordi sono raccolti in una videoinstallazione interattiva, composta da una valigia piena di oggetti e cartoline, ognuna delle quali offre un contributo video-sonoro associato a quell’immagine.

Valigia dei Ricordi
Valigia dei Ricordi

Spero conosciate la poesia La Recessione di Pier Paolo Pasolini, non so se l’ha scritta solo per il contesto sociale in cui viveva, o anche lui ha avuto un nonno a ispirarlo, ma credo che la versione musicata da Alice sia la giusta colonna sonora ad ogni valigia che la Paloma 2000 riuscirà a lasciare in eredità al mondo.

-La Recessione, Pier Paolo Pasolini-

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente
che sarà tornata da Torino o dalla Germania.
I vecchi saranno padroni dei loro muretti
come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca
e cosa significa un pezzo di pane.
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane
tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino.
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno.
E città grandi come mondi
saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi,
ma è solo d’amore
soltanto d’amore.
Le piccole fabbriche
sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera.
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta.
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni.
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno.
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre
pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello.
Lo zoccolo del cavallo
toccherà la terra
leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.

Tommy e… me

Gianluca Nicoletti, stimato e preparato giornalista italiano, convive da 4 lustri con le difficoltà di crescere un figlio autistico: Tommy. Seguendolo su Facebook e su Melog, gli sento ogni tanto parlare delle difficoltà che affronta, specie verso le strutture cittadine non pronte ad agevolare la convivenza con i disabili, di qualunque tipo. Nicoletti ha pubblicato libri sull’argomento, sta creando una webradio e adesso progetta un film, il cui primo teaser potete guardare qui.

teaser “tommy e gli altri” from zoofactory on Vimeo.

Tutto questo solo per raccontare di Tommy e suo padre? No, per parlare di me, visto che questo è il mio blog. Beh, ho sempre avuto difficoltà relazionali coi bambini, coi disabili mentali e con gli anziani con principio di demenza, mi lasciano in un impotente imbarazzo che supero solo aggrappandomi alle mie sovrastrutture culturali. Anche solo guardare questo breve filmato con Tommy, con le sue smorfie e la sua inevitabile “diversità”, mi mette a disagio. E’ una sensazione sottopelle che mi fa chiedere: e se dovesse capitare a me un figlio con siffatti problemi, cambierei? Sono certo che mi caricherei del fardello senza remore, ma… con quale stato d’animo? Quello sereno e coinvolto che senbra avere Nicoletti? Non ne sono certo.

Sono cambiato?

Sono cambiato? Sì e no. Come dicevo l’altro giorno, questo post mi ha molto ispirato, ma non potevo limitarmi a creare un blog, voglio entrare nei dettagli.

Evoluzione: si cambia, e come?
Evoluzione: si cambia, e come?

(Mi è successa una cosa terribile: sono cambiata.) Se volessi filosofeggiare e sofismeggiare direi sì, cambiamo ogni giorno. Ma radicalmente? Non direi… sostanzialmente ho gli stessi valori di quando avevo 16 anni, però ho più esperienza in archivio.

(Me l’ha detto mia madre, che sono cambiata. Se te lo dice tua madre ci devi credere per forza.
Quoque io, poi, che i cambiamenti li detesto e li soffro completamente, e di questo mi vergogno, perché sarebbe così cool essere una fedele adepta di Cambiology, la setta di tutti i self-made-startuppercazzo, quelli che dicono sempre che a cambiare non ci vuole gnente, che basta avere il coraggio, che trasferirsi dall’altra parte del mondo e fare miliardi inventando una cagata è più facile che cambiarsi il tampax. Sono sicura che ne conoscete anche voi soggetti così, perché tutti ne conosciamo almeno uno, di cambiologist.) Lei ha 29 anni, io 43, e mia madre ormai non può dirmi più nulla, ma ho la serenità di affermare che detesto solo i cambiamenti che non decido ma subisco, come l’indebolimento fisico per cause esterne.

[Sono cambiata, forse è vero. Ha ragione mia madre. In spiaggia metto la protezione solare; farmi il bagno non è una priorità, tanto più se il mare non è oggettivamente pulito e se l’acqua non ha una temperatura sufficientemente confortevole; se mangio ripetutamente schifezze, inizio a sviluppare un’impronunciabile voglia di insalata o di verdure; mi piacciono le vellutate; mi piacciono i centrifugati; mi piace la cucina fusion; mi piace riuscire ad andare in palestra e vado in una palestra assurdamente costosa; evito la birra, specialmente la Raffo, se no poi mi gonfio e stommale, e lo so che così disonoro la mia tarantinità, pazienza, Taras figlio di Nettuno se ne farà una ragione; uso lo zucchero di canna e se non c’è lo chiedo; se bevo vodka di infima qualità il giorno dopo mi riprendo intorno alle 21, e comunque mai del tutto; se sto in piedi a ballare per 5 ore, mi stanco; uso sempre troppi inglesismi; mi capita persino di dire “figa“, “figa” al posto di “cazzo” o di qualsiasi altra plausibile parolaccia. Tipo a luglio dicevo in continuazione “Figa, che caldo“. Fa orrore. Faccio orrore, ma è così (comunque sto già lavorando per correggere questo bug nel mio sistema lessicale).] Tutte queste cose somigliano a dei “ma anche” e non a degli “invece”. Continua ad adorare fritti e schifezze, ma mangia anche insalatone; ha imparato a distinguere la vodka pessima da quella buona; le scappano volgarità ma sta lavorando per limitarsi… sembra stia approfondendo e raffinando la sua dualità, anzichè uccidere una parte di se per covarne un’altra.

(Sono cambiata. Non ho più una casa a Taranto. I miei amici per la metà non tornano più e io stessa ci sono stata solo una settimana. Mi guardavo intorno e mi sembrava che l’unica cosa bella fossero i ricordi che in quel luogo ho. Le persone del mio passato, che a volte ritrovo e a volte no, e qualche brandello di presente. E tutto il resto che decade, rapidamente. Che si svuota, che si spopola, che si spegne, che si consuma, che invecchia, schiacciato dal peso di un abbandono inesorabile.) Questo è vero anche per me, ma quanto è colpa di Taranto e quanto mia, per tale distacco?

(Sono cambiata. Non odio più Milano. Ne riconosco le innumerevoli contraddizioni, e aberrazioni, e alienazioni. Ma Milano è fermento, è linfa, è faccende, agende, deadline e feedback e io ci sto dentro. Milano è un puzzle imperfetto e incompleto, nel quale ci si può incastrare oppure no. Milano è un inventario pressoché inesauribile di stimoli e opportunità, basta saper cogliere.) Io non ho mai odiato Milano, anche se forse non l’ho vissuta a fondo come lei, ma continuo ad apprezzarla senza negare i suoi problemi.

(Sono cambiata. Sono meno spensierata, più adulta, più empatica, meno incazzata. Non che io sia mai stata spensierata, ma manco a 16 anni. Sono stressata, come tutti, ma secondo me di più. Mi chiedo che vita voglio vivere, dove e con chi. Forse per la prima vera volta.) Ecco, i famosi 16 anni che pure lei tira in ballo. Che in lei si mescolano al recondito pensiero di orologio biologico, alla monotonia della libertà da single, alla fine dell’età totalmente spensierata.

(Sono cambiata. Ha ragione mia madre. Però riesco ancora a dire quello che penso e non quello che sarebbe giusto dire. Riesco ancora a nuotare fino alla boa con mio padre. Riesco ancora a mangiare bombette con salame piccante e provola affumicata. E panzerotti fritti. E burratine come se non ci fosse un domani. E forse sono persino un po’ intollerante al lattosio ma questo, per evitare un definitivo crash della mia identità, preferisco non indagarlo.) In fondo non si cambia davvero, eh? Si diventa solo più… grandi, più pieni di ricordi e sfumature. Io ho imparato a mangiare il minestrone di verdure, ma continuo a detestare broccoli e simili, ho imparato a cercare il buono anche nel pessimo e nell’antipatico senza cancellarlo 5 minuti dopo averlo conosciuto, ma continuo ad essere parecchio drastico.

(Sono cambiata ma resto ancora fino a tardi a parlare con mia madre; faccio ancora l’alba d’estate con i miei amici; passeggio in campagna con i miei cugini parlando delle nostre vite, dell’Ilva, di Renzi. Sono cambiata ma mi stendo ancora a terra, su un asciugamano, su una piazzola di cemento sul Mar Piccolo. E fumo guardando il cielo buio, e le luci della città, e l’industria, e il Ponte Punta Penna, e le barche dei pescatori. E milioni di milioni di stelle. E l’acqua inquinata che lambisce i bordi frastagliati della nostra vita, i nostri irrisolti, i dubbi aperti nell’anima stanca. E fa freddo. Ed è umido. E chissà quanti topi. E milioni di milioni di stelle.) Sono cambiato? Forse un po’, ma resto ancora in trance ascoltando una canzone di Alice, continuo ad amare film e telefilm con protagonisti reduci da storie di riscatto personale, fuggo dalle blatte ma prendo in mano i ragno come fossero gattini, e mi rivedo sedicenne sognante e non cinico, oggi come ieri.