Siamo tutti individui – La storia di Nicola

Leggevo su Facebook un post condiviso dalla mia amica Francesca Lupo sulle uccisioni in Siria e su quello che dovremmo chiedere a noi stessi.

Da LEFT sulla Siria

La prima domanda che invece io mi faccio è: se fossi nato in Siria o in Venezuela anziché in Italia? La mia vita sarebbe un inferno, o sarei già morto. Ho dei meriti per essere invece tarantino prima e ora milanese? Solo un caso. Come non capire chi fugge verso una vita migliore? Siamo tutti individui sulla faccia della Terra, bisogna industriarsi per evolvere, a cominciare dalla sopravvivenza di tutti, dalle guerre o dalla fame che sia. E sistemare il mondo, pezzo dopo pezzo, in tutti i continenti. Non chiudersi nel proprio staterello e dire CHI SE NE FOTTE del resto.

Io da qualche mese ho conosciuto una persona eccezionale, si chiama Nicola ed è di origine albanese/rumena, due spauracchi per tanta gente. Ce ne fossero invece di più italiani come lui… industrioso, creativo, onesto, generoso… è cresciuto in una zona rurale e ha imparato a fare di tutto in una famiglia poverissima… a un certo punto era impossibile sopravvivere oltre ed ha provato a cercare lavoro in Italia. Non è arrivato con un barcone ma non aveva nulla con se, solo volontà di crearsi una prospettiva di vita. Qui, nonostante il suo carattere taciturno che non piace a tanti, si è sposato, ha un lavoro sicuro, non remuneratissimo ma che lo fa vivere, 1000 euro al mese, avrebbe il talento per ottenere di più con le sue doti ma non è facile riuscirci neppure a Milano. Insomma tutto questo per dire che lui è Uno. Un essere umano. Come me. È albanese/rumeno, ma non rappresenta nessuno, tantomeno gli albanesi o i rumeni in blocco, esattamente come io non posso essere preso a rappresentare “gli italiani”.

E di storie così ne potrei raccontare tante… dai macellai turchi che ho sotto casa e sono persone straordinarie, a un ragazzo cinese di 35 anni che gestisce un negozio emporio da 10 anni facendo il commerciante come un italiano, nella cura del cliente e del suo negozio.

È l’umanità, così bella.

Poi, ci sono i bastardi, come il dittatore siriano Assad… i terroristi… i criminali… esattamente come ovunque. Noi possiamo vantarne una sfilza infinita, da Sindona a Matteo Messina Denaro.

La vittoria di Trump e il pensiero confuso

Quando a distanza di pochi minuti leggi che Francesco Rutelli (cariatide politica ma sempre rappresentativo dell’anima centrista dell’attuale PD) e Stenio Solinas (editorialista di destra del magazine Barbadillo) la pensano allo stesso modo sulla vittoria di Trump alle presidenziali USA e sull’analisi delle ragioni che hanno spinto Clint Eastwood a preferirlo ad Hillary Clinton, ti accorgi che le idee e le interpretazioni della realtà sono estremamente confuse.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/rutelli-se-commentatori-giornalisti-non-hanno-capito-tubo-135700.htm

Per capirne di più, bastava il bellissimo film di Clint Eastwood, Gran Torino. Consiglio di vederlo, certo non solo perché il suo autore è l’unica star di Hollywood che ha votato Trump.

http://www.barbadillo.it/60930-il-caso-clint-eastwood-icona-dellaltra-america-politicamente-scorretta-e-sedotta-da-trump/

L’una e l’altra sono ormai irriconoscibili agli occhi di chi ha un universo morale semplice e essenziale: il rispetto della parola data, il lavoro ben fatto, l’amore per il proprio Paese, la difesa della dignità propria e altrui. Walt si farà ammazzare per salvare un ragazzo hmong, la cui anima orientale è più vicina, per tradizione, gerarchia, regole, al suo modo di sentirsi americano, di quanto non sia il Paese che intanto gli è cresciuto intorno e il cui simbolo è ormai la «Pussy Generation», la generazione fighetta. Quella per la quale i vecchi sono un peso, l’identità sessuale un optional, l’etica del lavoro una barzelletta.

Peccato che sia evidente dalle sue dichiarazioni, simultaneamente di distanza dalle cialtronerie di Trump che dal linguaggio imbalsamato da vecchia politica della Clinton, che lui appartiene a quella fascia d’opinione che ha giudicato necessario troncare quel legame insoddisfacente con una candidata letta come grumo d’immobilismo, stagnazione, indecisionismo, formalismo… a costo di beccarsi un imbecille come presidente per un quadriennio. E’ un pensiero molto diffuso, l’ho constatato con grande sofferenza culturale ed emotiva, perfino un mio caro amico si è espresso in questi termini, augurandosi la vittoria di Trump al fine di accelerare il crollo del vecchio sistema. E Clint Eastwood, non appartenendo certamente alla schiera di bifolchi che l’ha votato perchè infastidito dai messicani o eccitato dalle sue dichiarazioni da caserma, ha seguito la stessa linea di pensiero. Chi ha visto e capito il suo film “Gran Torino” non può relegare a compassione senile la svolta finale del film, nè limitarlo ad un messaggio di principio sulla dignità valoriale della cultura Hmong… è ridicolo ed offensivo anzitutto verso Eastwood. Il suo voto per Trump è stato una potente dichiarazione politica, da cui io mi sento lontano e in disaccordo, del genere “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, una situazione nella quale l’unica vendetta e/o riscatto possibili comportano anche il rischio dell’autodistruzione.

Un’altra Turchia

Breve premessa: sono innegabili le difficoltà che ogni popolo vive quando è a contatto col “diverso”, sia esso di provenienza geografica, di scelte religiose, culturali o sessuali, anche di semplici abitudini.

Quello che mi ha infastidito dell’articolo che potete leggere qui…

http://www.vice.com/it/read/legge-anti-moschee-lega-nord-milano-corte-costituzionale-583

…che fra l’altro ritrae il quartiere in cui abito, è il tono fra lo scandalistico e il tesissimo che lo pervade, nonostante l’articolo stesso non denunci eventi nefasti o particolari difficoltà d’integrazione degli islamici della zona.

Infatti è proprio questo il punto: sono da molti anni qui, e non ho mai, dico mai, avuto rapporti meno che piacevoli, sereni, integrati con le varie comunità immigrate, sono numerosi soprattutto turchi, egiziani e cinesi.

Fra l’altro proprio oggi sono entrato per la prima volta in una macelleria turca aperta da poco, ho girato un po’, preso cinque cosette che m’ispiravano e che faticherei a trovare altrove, fra cui carne di manzo freschissima ed un tipo di biscotto delizioso: ho speso una cifra irrisoria per gli acquisti fatti, circondato da cortesia e sorrisi costantemente (mi chiamavano “zio milanese”, non chiedetemi perchè, somiglia al “capo” dei mercati ortofrutticoli italiani), insomma, questo è semplicemente vivere, insieme, sullo stesso pianeta. E’ davvero così difficile?

Rilanciare l’occupazione, serve uno shock

Di programmi politici, buone intenzioni e manovre insufficienti: qualche considerazione sparsa, senza finta umiltà ma pure senza utilità, visto che almeno in questa vita non credo farò politica. Però… mi sarebbe piaciuto.

Allora, così per divertirmi, stamattina mi è venuta voglia di scrivere un articolo di politica economica come se dovesse essere pubblicato sotto forma di editoriale su un quotidiano. Chissà, in qualche universo parallelo magari mi succede davvero.

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Rilanciare l’occupazione e di conseguenza l’economia, come fare? Si direbbe che non esiste un uovo di Colombo altrimenti qualcuno l’avrebbe già applicato, magari non per generosità ma per mero calcolo elettorale. Eppure… la sensazione è che nella maggior parte dei governi, non solo italiani, manchi il coraggio di prendere decisioni estreme, di dare uno shock, tentando invece solo piccoli aggiustamenti, riformine, a volte pure criticate ma mai garanzie di svolte decisive a breve e medio termine.

Il Jobs Act di Renzi, tanto simile a quello che sta scatenando proteste in Francia, serve davvero? Sembra solo un apparato di incentivi che, fino al loro esaurimento, lima in meglio la situazione ma non incide in profondità nella ferita della disoccupazione italiana. Il pacchetto di defiscalizzazioni e decontribuzioni per convincere le imprese ad assumere rappresenta inoltre un costo per tutti noi, perchè finanziato dal bilancio statale… le voci più critiche lo definiscono infatti un “drogare il sistema” per ottenere alla fine neanche tanto.

Gli effetti positivi della riforma del lavoro renziana: crescono soprattutto gli occupati over 50 (buon per loro), si moltiplicano i lavori occasionali (voucher), aumentano le trasformazioni di contratti precari in contratti a tutele crescenti. Tutti soltanto lenitivi di una situazione critica.

Nel 2015, al netto di cessazioni e trasformazioni, il guadagno in termini di nuove occupazioni è stato di poco più di 100mila, a fronte di un investimento in bilancio di 6,1 miliardi di euro. Nel 2016 la tendenza ha continuato, rallentando un po’ a causa della diminuzione della portata degli incentivi, anche se occorre specificare che, pur trattandosi di numeri, il governo rivendica risultati migliori di quelli rilevati dall’INPS e dall’ISTAT: è guerra di cifre da propaganda elettorale.

Quei 6,1 miliardi potevano essere investiti meglio?

Dagli ambienti di sinistra veniva la proposta di destinarli allo sviluppo e al risanamento delle infrastrutture della penisola, dagli argini dei fiumi ai ponti, strade, scuole e ospedali… ma la sensazione è che tale utilizzo, pur meritorio e auspicabile, avrebbe al massimo rafforzato il settore edilizio e industriale, in crisi da decenni, senza grandi differenze nelle nuove assunzioni.

Dal Movimento 5 Stelle fanno sapere che quella cifra sarebbe bastata a coprire almeno la metà necessaria per l’introduzione del Reddito di Cittadinanza, rete di protezione a loro dire necessaria in una società in cui creare lavoro è sempre più difficile, a causa della tecnologizzazione spinta, del sovraffollamento mondiale e della differenza del costo del lavoro fra Paesi occidentali e aree povere soprattutto dell’Asia.

Il centrodestra leghista berlusconiano, in confusione e senza leadership da tempo, si limita a dire che il Jobs Act è sbagliato, riservandosi proposte alternative per la prossima campagna elettorale.

Ma è evidente a tutti ormai, anche allo stesso governo, che bisogna fare dei passi ulteriori per rilanciare lavoro ed economia, e si è subito pensato al grande buco nero del nostro bilancio: il sistema previdenziale pensionistico. Nonostante la durissima e imperfetta riforma Fornero, ogni anno il bilancio statale deve stanziare quasi 300 miliardi di euro per pagare tutte le pensioni, e le entrate a copertura scarseggiano. Infatti, con buona pace di leghisti e affini, senza i contributi versati dai milioni di lavoratori extracomunitari, già da oggi sarebbe impossibile far fronte ad un esborso di tali dimensioni. Nel 2014, ultimo anno di rilevazione ufficiale, gli stranieri hanno versato all’Inps 8 miliardi di euro di contributi, a fronte di riscossioni pensionistiche e affini per soli 3 miliardi: un saldo positivo di 5 miliardi di euro, certamente ancora cresciuto negli ultimi due anni.

Sono allo studio idee d’intervento per favorire il ricambio generazionale: incentivi al pensionamento anticipato in cambio di una riduzione in percentuale dal 3% al 10% dell’ammontare della pensione mensile: nei mesi scorsi una proposta in tal senso è venuta dal presidente dell’INPS Tito Boeri, ma finora è rimasta inascoltata.

E’ stato diffuso in questi giorni un progetto del governo Renzi, redatto dal professore dell’università Bocconi Tommaso Nannicini, in base alla quale si offrirebbe al lavoratore di andare in pensione un anno prima del tempo rinunciando, per un periodo medio di 20 anni, ad una delle 13 riscossioni pensionistiche annuali. Una specie di mutuo a rata annua da estinguere in 20 anni o con la propria morte. Ovviamente ogni anno in più di pensionamento anticipato raddoppierebbe l’importo della rata annua.

Le due proposte di pensionamento anticipato sono state accolte da scetticismo e attacchi da parte delle opposizioni, ma mostrano almeno uno spunto coraggioso, invertire la rotta tramite provvedimenti shock, molto penalizzanti per i lavoratori in uscita e costosi per le casse dello Stato. E’ un serpente che si morde la coda: da qualche parte bisogna afferrarlo per venirne a capo, e solo con decisioni drastiche si può sperare di trovare una via d’uscita che inneschi un circolo virtuoso nel rilancio dell’occupazione e dell’economia.

Il pensionamento anticipato ricorda da vicino lo strumento di cui negli anni ’80 e ’90 le imprese private italiane hanno ecceduto, andando a pesare enormemente sul debito pubblico in un’epoca in cui al problema si dava poco peso. Un esempio è l’acciaieria ILVA di Taranto, che ha ridotto il suo organico di migliaia di impiegati ed operai nel giro di pochi anni, tramite un sistema di incentivi al prepensionamento per under 60. Stiamo ancora pagando le conseguenze di quegli abusi, ma forse il sistema non era del tutto sbagliato e lo Stato potrebbe utilizzarlo oggi per aprire le porte agli under 30 che ancora non sono riusciti ad entrare nel mondo del lavoro.

Di pari passo con tale riforma potrebbe pure essere studiata una modalità di applicare la proposta dei 5 Stelle di Reddito di Cittadinanza, su cui converge il già citato Tito Boeri, e innescare un volano di proporzioni gigantesche. Per passare dalle parole ai fatti servirebbero tre fattori essenziali:
– la consapevolezza dei cittadini di dover fare delle rinunce per il bene della società, o dei propri figli e nipoti per metterla su un piano più affettivo e motivante, rassegnandosi a vedere ridotto il vitalizio pensionistico che si sono sudati durante una vita di lavoro;
– la volontà politica, anzi l’estremo coraggio di un governo disposto a ignorare lobby e pressioni sociopolitiche per osare una riforma davvero rivoluzionaria;
– tanti soldi, perchè nonostante le penalizzazioni e i tagli sanguinosi, la gran parte dei costi dovrebbe comunque essere coperta dalle attività di bilancio, e con l’economia ristagnante, i tagli agli sprechi sempre promessi e mai applicati, far saltar fuori decine di miliardi di euro per le coperture sembra un’impresa titanica.

Ci vogliono idee, ci vuole il decisionismo incosciente di portarle avanti fino al compimento, ci vuole un uovo di Colombo. Abbiamo già consumato, per non dire sprecato, oltre 10 miliardi di euro negli ultimi due anni per il Jobs Act: è il momento di fare qualcosa di più e di diverso.

Legge elettorale: governabilità e rappresentatività

Avere una buona legge elettorale significa garantire al proprio Paese governabilità stabile e alle forze politiche rappresentatività adeguata; ma che vuol dire, in parole semplici?

– Governabilità: essere certi che subito dopo le elezioni si formi un governo con una maggioranza stabile e larga, con un numero di seggi utile per governare senza ricatti delle opposizioni e senza dover formare coalizioni litigiose come accadeva ai tempi della Democrazia Cristiana, del Pentapartito, ecc.

– Rappresentatività: essere certi che tutte le idee politiche presenti nel territorio e presentate alle elezioni sotto forma di partiti, abbiano modo di conquistare seggi e quindi far sentire la propria voce in Parlamento; anche le formazioni più piccole, quindi stabilendo una percentuale minima per l’ingresso non troppo alta.

La legge elettorale voluta dal governo Renzi, soprannominata Italicum, è stata criticata per varie ragioni, ma secondo me soprattutto per le ragioni sbagliate.

Punti a favore.
– Il 54% dei seggi va al partito che raggiunge il 40% dei votanti oppure, se nessuno ce la fa, al vincitore del ballottaggio fra i due partiti più votati.
– I partiti entrano in Parlamento raggiungendo almeno il 3% dei votanti a livello nazionale, ed il numero dei seggi di ogni partito viene calcolato proporzionalmente in base ai rispettivi voti.

Punti negativi.
– I votanti italiani vengono divisi in 100 sezioni territoriali, in cui i capilista verranno decisi dai partiti e saranno i primi eletti, senza possibilità da parte dei cittadini di non votarli.
– Ogni partito può candidare la stessa persona in 10 sezioni diverse, è un artificio per garantire l’elezione ai potenti di ogni partito.
– Questa legge elettorale vale solo per la Camera, invece il Senato secondo le intenzioni del governo Renzi, dovrebbe non essere più eletto ma raggruppare rappresentanti designati dai partiti, da pescare soprattutto fra amministratori locali (Regioni, Comuni), che svolgeranno attività ancora non ben chiare. Un modo per depotenziare una delle due Camere, preservando però la poltrona di centinaia di politici, ognuno col proprio carrozzone al seguito.

E’ una buona legge? Secondo me ha dei difetti, ma è migliore di quella in vigore in Spagna, per esempio, dove si è appena votato e nessun partito ha potuto conquistare la maggioranza dei seggi, nè sembra in grado di accordarsi in coalizione con altri per formare un governo di compromesso; tanto che si rischia di votare di nuovo a marzo, con la stessa legge elettorale e gli stessi rischi d’ingovernabilità.