Folgorazioni 1988/2016

Folgorazioni (bozzetto)

Folgorazioni (bozzetto)

Folgorazioni - 11-3-2016

Folgorazioni – 11-3-2016

FOLGORAZIONI

Nascono per caso, ma hanno bisogno di ingredienti (grazie Antonietta e Flaviano per carta e pastelli) e di una cucina pronta all’uso (il bagaglio della propria vita). Venerdì mattina, mentre iniziavo la mia terapia in ospedale, ho mescolato il tutto e…

Folgorazioni 1988/2016

Si sa come succede: guardi un oggetto o un volto fra la folla, ascolti una canzone, capti un profumo unico e sei folgorato! Quel colpo di fulmine che capita poche volte e su cui, se hai talento e furbizia, ci costruisci un impero.

Dicono che Ligabue abbia basato tutta la carriera di cantante sugli stessi due o tre accordi arrangiati in tanti modi. Ma pure Marcel Proust, senza il simbolismo dei suoi dolcetti, memoria di rimpianti e rimorsi, sarebbe molto meno famoso di com’è.

A volte è piacevole e autoanalitico risalire all’origine della propria folgorazione, e la mia, da cui discende l’essenza di chi sono oggi, risale ad una domenica d’autunno del 1988, quando il 16enne che ero accettò l’invito di uno strano compagno di classe e andò a trovarlo a casa, per… esplorare nuovi orizzonti.

Quell’adolescente era solo fango grezzo, fremente d’essere forgiato. In quella domenica l’incontro transitorio di due mondi lontani, poi rivelatisi inconciliabili, fece da scintilla sulla pietra focaia e mi accese.

27 anni dopo, in una mattina stagnante, tutto dentro me divampa della fiamma accesa quel giorno: un foglio e dei pastelli, un bozzetto di Paint, una serie di canzoni, un mosaico di oggetti.

Uno specchio ovale alto due metri con intarsi antichi, dominante al centro della stanza come un gigantesco portale a cui mai avvicinarsi perchè la mano di una megera potrebbe uscirne, stringerci il collo e risucchiarci in una dimensione spaventosa.

Un’alice, riferimento ittico solo per chi ignora la protagonista della colonna sonora della mia vita. Più che nome di donna, di un mondo nato quasi 30 anni fa dalle ceneri di una ragazzetta in cerca di gloria a Castrocaro, trovata e cesellata in diamante da Battiato, Messina e altre divinità.

Una torre antica, con il tetto bombato di un serbatoio d’acqua piovana a ricordare un soldato nazista, e all’interno una principessa che spera d’esser salvata. La torre ha forma di Dalek, personaggio di fantascienza che simboleggia costrizione, disumanità, male senza scopo nè interesse.

A far da collante al bazar mentale del quale ho fotografato solo poche cianfrusaglie, le parole di una folgore cantata da Alice: Laura degli Specchi.

Laura vive guardando sè stessa
la vita in rosa
in una casa tutta di specchi
si è rinchiusa
e lei non ha pensieri
non ha mai giorni neri
non conosce veri amori mai

Laura è così perché è stata ferita
un gabbiano in volo
proprio da chi l’aveva capita
per un attimo solo
e lui l’aveva usata
e poi l’aveva gettata via
e non è più volata via

E da allora canta sempre
la stessa melodia
una canzone d’amore in la minore
che è la nota della malinconia

E da allora canta sempre
la stessa melodia
una canzone d’amore che la fa sognare
che qualcuno se la porti via

E un giorno un poeta si trovava a passare
e la sentì cantare
in quella casa tutta di specchi
cercò di entrare
ma non c’eran porte nè finestre aperte
però da qualche parte un sistema ci sarà
e lui lo troverà

Con una tromba tutta d’oro
tu troverai la chiave del tesoro
con un accordo in la maggiore
potrai spezzar l’incanto del suo cuore

[…specchio infranto…]

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