Rilanciare l’occupazione, serve uno shock

Di programmi politici, buone intenzioni e manovre insufficienti: qualche considerazione sparsa, senza finta umiltà ma pure senza utilità, visto che almeno in questa vita non credo farò politica. Però… mi sarebbe piaciuto.

Allora, così per divertirmi, stamattina mi è venuta voglia di scrivere un articolo di politica economica come se dovesse essere pubblicato sotto forma di editoriale su un quotidiano. Chissà, in qualche universo parallelo magari mi succede davvero.

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Rilanciare l’occupazione e di conseguenza l’economia, come fare? Si direbbe che non esiste un uovo di Colombo altrimenti qualcuno l’avrebbe già applicato, magari non per generosità ma per mero calcolo elettorale. Eppure… la sensazione è che nella maggior parte dei governi, non solo italiani, manchi il coraggio di prendere decisioni estreme, di dare uno shock, tentando invece solo piccoli aggiustamenti, riformine, a volte pure criticate ma mai garanzie di svolte decisive a breve e medio termine.

Il Jobs Act di Renzi, tanto simile a quello che sta scatenando proteste in Francia, serve davvero? Sembra solo un apparato di incentivi che, fino al loro esaurimento, lima in meglio la situazione ma non incide in profondità nella ferita della disoccupazione italiana. Il pacchetto di defiscalizzazioni e decontribuzioni per convincere le imprese ad assumere rappresenta inoltre un costo per tutti noi, perchè finanziato dal bilancio statale… le voci più critiche lo definiscono infatti un “drogare il sistema” per ottenere alla fine neanche tanto.

Gli effetti positivi della riforma del lavoro renziana: crescono soprattutto gli occupati over 50 (buon per loro), si moltiplicano i lavori occasionali (voucher), aumentano le trasformazioni di contratti precari in contratti a tutele crescenti. Tutti soltanto lenitivi di una situazione critica.

Nel 2015, al netto di cessazioni e trasformazioni, il guadagno in termini di nuove occupazioni è stato di poco più di 100mila, a fronte di un investimento in bilancio di 6,1 miliardi di euro. Nel 2016 la tendenza ha continuato, rallentando un po’ a causa della diminuzione della portata degli incentivi, anche se occorre specificare che, pur trattandosi di numeri, il governo rivendica risultati migliori di quelli rilevati dall’INPS e dall’ISTAT: è guerra di cifre da propaganda elettorale.

Quei 6,1 miliardi potevano essere investiti meglio?

Dagli ambienti di sinistra veniva la proposta di destinarli allo sviluppo e al risanamento delle infrastrutture della penisola, dagli argini dei fiumi ai ponti, strade, scuole e ospedali… ma la sensazione è che tale utilizzo, pur meritorio e auspicabile, avrebbe al massimo rafforzato il settore edilizio e industriale, in crisi da decenni, senza grandi differenze nelle nuove assunzioni.

Dal Movimento 5 Stelle fanno sapere che quella cifra sarebbe bastata a coprire almeno la metà necessaria per l’introduzione del Reddito di Cittadinanza, rete di protezione a loro dire necessaria in una società in cui creare lavoro è sempre più difficile, a causa della tecnologizzazione spinta, del sovraffollamento mondiale e della differenza del costo del lavoro fra Paesi occidentali e aree povere soprattutto dell’Asia.

Il centrodestra leghista berlusconiano, in confusione e senza leadership da tempo, si limita a dire che il Jobs Act è sbagliato, riservandosi proposte alternative per la prossima campagna elettorale.

Ma è evidente a tutti ormai, anche allo stesso governo, che bisogna fare dei passi ulteriori per rilanciare lavoro ed economia, e si è subito pensato al grande buco nero del nostro bilancio: il sistema previdenziale pensionistico. Nonostante la durissima e imperfetta riforma Fornero, ogni anno il bilancio statale deve stanziare quasi 300 miliardi di euro per pagare tutte le pensioni, e le entrate a copertura scarseggiano. Infatti, con buona pace di leghisti e affini, senza i contributi versati dai milioni di lavoratori extracomunitari, già da oggi sarebbe impossibile far fronte ad un esborso di tali dimensioni. Nel 2014, ultimo anno di rilevazione ufficiale, gli stranieri hanno versato all’Inps 8 miliardi di euro di contributi, a fronte di riscossioni pensionistiche e affini per soli 3 miliardi: un saldo positivo di 5 miliardi di euro, certamente ancora cresciuto negli ultimi due anni.

Sono allo studio idee d’intervento per favorire il ricambio generazionale: incentivi al pensionamento anticipato in cambio di una riduzione in percentuale dal 3% al 10% dell’ammontare della pensione mensile: nei mesi scorsi una proposta in tal senso è venuta dal presidente dell’INPS Tito Boeri, ma finora è rimasta inascoltata.

E’ stato diffuso in questi giorni un progetto del governo Renzi, redatto dal professore dell’università Bocconi Tommaso Nannicini, in base alla quale si offrirebbe al lavoratore di andare in pensione un anno prima del tempo rinunciando, per un periodo medio di 20 anni, ad una delle 13 riscossioni pensionistiche annuali. Una specie di mutuo a rata annua da estinguere in 20 anni o con la propria morte. Ovviamente ogni anno in più di pensionamento anticipato raddoppierebbe l’importo della rata annua.

Le due proposte di pensionamento anticipato sono state accolte da scetticismo e attacchi da parte delle opposizioni, ma mostrano almeno uno spunto coraggioso, invertire la rotta tramite provvedimenti shock, molto penalizzanti per i lavoratori in uscita e costosi per le casse dello Stato. E’ un serpente che si morde la coda: da qualche parte bisogna afferrarlo per venirne a capo, e solo con decisioni drastiche si può sperare di trovare una via d’uscita che inneschi un circolo virtuoso nel rilancio dell’occupazione e dell’economia.

Il pensionamento anticipato ricorda da vicino lo strumento di cui negli anni ’80 e ’90 le imprese private italiane hanno ecceduto, andando a pesare enormemente sul debito pubblico in un’epoca in cui al problema si dava poco peso. Un esempio è l’acciaieria ILVA di Taranto, che ha ridotto il suo organico di migliaia di impiegati ed operai nel giro di pochi anni, tramite un sistema di incentivi al prepensionamento per under 60. Stiamo ancora pagando le conseguenze di quegli abusi, ma forse il sistema non era del tutto sbagliato e lo Stato potrebbe utilizzarlo oggi per aprire le porte agli under 30 che ancora non sono riusciti ad entrare nel mondo del lavoro.

Di pari passo con tale riforma potrebbe pure essere studiata una modalità di applicare la proposta dei 5 Stelle di Reddito di Cittadinanza, su cui converge il già citato Tito Boeri, e innescare un volano di proporzioni gigantesche. Per passare dalle parole ai fatti servirebbero tre fattori essenziali:
– la consapevolezza dei cittadini di dover fare delle rinunce per il bene della società, o dei propri figli e nipoti per metterla su un piano più affettivo e motivante, rassegnandosi a vedere ridotto il vitalizio pensionistico che si sono sudati durante una vita di lavoro;
– la volontà politica, anzi l’estremo coraggio di un governo disposto a ignorare lobby e pressioni sociopolitiche per osare una riforma davvero rivoluzionaria;
– tanti soldi, perchè nonostante le penalizzazioni e i tagli sanguinosi, la gran parte dei costi dovrebbe comunque essere coperta dalle attività di bilancio, e con l’economia ristagnante, i tagli agli sprechi sempre promessi e mai applicati, far saltar fuori decine di miliardi di euro per le coperture sembra un’impresa titanica.

Ci vogliono idee, ci vuole il decisionismo incosciente di portarle avanti fino al compimento, ci vuole un uovo di Colombo. Abbiamo già consumato, per non dire sprecato, oltre 10 miliardi di euro negli ultimi due anni per il Jobs Act: è il momento di fare qualcosa di più e di diverso.

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